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ITALIA RIFORMISTA/ Pd, la mozione di Francesco Boccia a sostegno del governo: il testo integrale

Enrico Letta (InfoPhoto) Enrico Letta (InfoPhoto)

ISTINTO ALLA CONSERVAZIONE?

Il Pd, oggi, appare, sempre più spesso, un sinonimo di partito conservatore. Qualsiasi idea nuova diventa un contributo al dibattito - vecchia formula degli anni '60 - un'elaborazione dialettica, tutto perché il partito non prenda una decisione impegnativa, una scelta netta, una volontà innovatrice. Questa sindrome conservatrice, in realtà, è un abile escamotage per tuffarsi nella svolta a sinistra, nel ritorno al com'eravamo, soffocando ogni sussulto riformista e consentendo la sopravvivenza di una classe dirigente che oggi, diciamoci la verità, non serve più. Se parliamo di una sfida nuova, che senso ha la conservazione dell'esistente e dei protagonisti del tempo che fu?

Non si può vivere né resistere né, soprattutto, crescere in un regolamento di conti perenne, in una dialettica in servizio permanente effettivo su tutto e su tutti. C'è una sorta di gara grottesca, nella sinistra, in questa sinistra, a dimostrare chi è meno compromesso con quel sistema sempre contestato, ma del quale, alla fine, si apprezzano tutte le comodità. Ormai questo moralismo ridicolo, e un po' penoso, è stato "sgamato" dalla gente che vorrebbe, almeno, la soluzione ai suoi problemi e non l'alluvione di parolismi ad effetto. Ed è tutta una gara tra chi è più fascista o meno fascista, più amico del padronato o della gloriosa classe operaia, in un tiro alla fune quotidiano scandito da una costante smentita di ciò che s'è detto prima con aggiustamenti e bizantinismi esasperanti. E poi le discussioni sui blog, le raccolte di firme, gli appelli alla società civile. Questo non è un nuovo modo di fare politica ma un arroccamento destinato a rimanere minoritario ad aeternum. Una sinistra incapace di spalancare le finestre e prendere una boccata d'aria, sempre alla ricerca di eroi, capitani, martiri, nuovi papi, salvatori della patria senza comprendere che non ci può essere un leader senza programma mentre si può sempre costruire un leader sulla base di un programma. Una classe dirigente imbevuta di questa "vecchiezza" può sopravvivere, e bene, sino alla pensione ma non costruisce nulla, non mette nemmeno un mattone, riesce a malapena a perpetuare una vita dorata per sé, i suoi familiari e i compagni di merenda. Nulla di più.

Non c'è voglia di cambiamento senza un reale impegno nel modificare le regole che stanno alla base della crescita: scuola e università. Tutte le riforme sono a efficacia differita senza nessuna scadenza. E la sinistra non sente mai il bisogno, diciamo anche antropologico, di schierarsi dalla parte dei meritevoli ma piuttosto da quella di chi il posto ce l'ha ed è anche ben pagato. Troppo facile bombardare il governo con i tagli alla ricerca se non si presenta un'alternativa: come fecondare l'innovazione in Italia? Chiaramente non dando tutto a tutti ma classificando la distribuzione dei fondi sulla base del merito e se gli atenei meridionali non ce la fanno perché sono incapaci, beh allora chiudessero i battenti. Questi non sono sentimenti di un riformista deluso né di qualcuno che sta passando dall'altra parte della barricata (almeno a livello di idee) ma l'opinione diffusa in una classe dirigente silenziosa perché abituata a lavorare senza tessere e col cervello libero. L'esperienza scandinava insegna che una spesa pubblica molto modesta ma incentrata sul merito, aiuta a far crescere l'innovazione e quindi la competitività e la produttività delle aziende. Invece di cercare martiri della ricerca, i cervelli in fuga e le solite storie da copertina, un partito serio agisce. Mette giù cinque regole per insegnare all'università, ottenere finanziamenti e mandar via baroni e baronetti difesi e tutelati da tutti, classe dirigente in carica e non. In un enorme calderone in cui chi è davvero meritevole viene soffocato così come la speranza di trovare chi possa garantire loro una cosa molto semplice ma non tanto scontata: pari condizioni di partenza rispetto a quelli più fortunati. È facile schierarsi - a parole - dalla parte dei più deboli ma se poi il cosiddetto sistema non si poggia su pesi e contrappesi che rendono perfetto o accettabile l'equilibrio dei poteri sociali in campo, allora si rivela tutto inutile.

IL PAESE REALE

Una forza riformista, che si definisce e si accredita come tale, ha il dovere morale non tanto di difendere i più deboli in linea di principio ma di adoperarsi perché sia premiato il valore e la qualità. Sempre, in ogni ambito. Non perché atto dovuto a tessere o clientele di sorta ma perché meritato. Altrimenti, anche la nuova forza riformista europea rischia di essere esattamente il clone della fase più decadente della vecchia Repubblica, quella che alimentava lo stato di necessità per imporre la clientela, incentivare il "favore" e riscuotere il consenso alla cassa delle elezioni. Il paese reale, quello si alza la mattina, quello che lavora, che produce valore, è stanco di tutto questo. E le ultime consultazioni amministrative sono esemplificative. Ciò che spaventa il popolo di sinistra è il continuo fuggire dal paese normale alla ricerca di un paese delle favole, che non esiste se non nelle fantasie del solito drappello di intellettuali e opinion maker disposti a tutto. C'è, invece, un paese reale, che vota a sinistra e cerca normalità, un paese al quale non piace la storia della cosiddetta seconda repubblica ma nemmeno il continuo ondeggiamento tra voglia di futuro e blindatura del presente. Un paese reale costretto a vedere una sinistra che scimmiotta umori e sondaggi, convinta che l'opinione di chi fa la spesa al mercato sia ancora modificabile con gli escamotage del caso. È una sinistra che non ha ancora capito che per risorgere e diventare grande dovrebbe, semplicemente, recuperare la sua missione che non è quella di difendere chi un lavoro ce l'ha ma di crearlo per chi non ce l'ha. Questa era la visione del socialismo europeo degli inizi del secolo e questa era la visione - più che illuminata - del cattolicesimo democratico divenuto, poi, una burletta grazie agli atteggiamenti stupidi di chi ha tentato di non scontentare la sinistra degli estremi magari vergognandosi anche di dire che, in un Paese come l'Italia, togliere il crocifisso è una solenne bestialità. Questa è la sinistra che il paese reale si aspetta. Il resto sono solo chiacchiere e avventurosi tentativi di mantenersi in vita il più possibile, finché voto non ci separi.

In questi mesi lo abbiamo sentito ripetere spesso: "dopo questa crisi niente sarà più come prima". Nulla di più vero. E se c'è qualcosa che potrà incarnare al meglio questo mutamento che ha coinvolto tutti i livelli della nostra società è, senza dubbio, l'Europa. Un'Europa che non deve aver paura del cambiamento ma deve esserne il promotore, un'Europa in cui le nuove generazioni devono riuscire a trovare un diverso equilibrio economico, sociale, ambientale. Un'Europa  -  per prendere in prestito le parole di Enrico Letta, il miglior giocatore, oggi, della partita europea  -  "non del rigore ma dei popoli", un'Europa che deve superare i contenuti della destra di dieci anni fa e farsi portavoce di un nuovo vocabolario che sia proprio della nuova sinistra e superi definitivamente gli anni Novanta.