BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

NAPOLITANO & IL MEETING/ Polito: una simpatia laica che "vale" più del Pil

Pubblicazione:

Giorgio Napolitano (Infophoto)  Giorgio Napolitano (Infophoto)

La cosa che più colpisce nel messaggio-intervista sull’Europa che Napolitano ha rivolto ieri ai partecipanti al Meeting di Rimini è la prospettiva da cui egli guarda la crisi economica, sociale e ideale che stiamo vivendo. Non è stato un discorso tecnicistico sull’emergenza determinata dalla crisi del debito pubblico, né soltanto una considerazione legata alla conseguenze della più generale crisi economica globale che si è innescata nel 2008 e che in Europa non è ancora finita. Si tratta invece di una preoccupazione che parte dal mutamento radicale dei rapporti di produzione e di potere che sono determinati nel mondo intero in seguito al processo che chiamiamo globalizzazione. Sono quindi la natura e la collocazione e dunque anche la speranza dell’Europa a essere radicalmente mutate a partire dall’inizio del secolo e se noi non affrontiamo questo cambiamento non verremo nemmeno a capo della nostra crisi economica e finanziaria. 

Una cosa nel messaggio del capo dello Stato è molto chiara: l’Europa non vive più in una condizione di privilegio e di dominio. Napolitano ha citato un passato dell’Europa diventato quasi mitico. Fino agli anni ‘80 è stata una marcia trionfale perché l’Europa unita è stata in quei decenni una convenienza per tutti i popoli europei: tutti i paesi che hanno aderito hanno guadagnato qualcosa, mentre il processo di sviluppo reso possibile dall’integrazione ha beneficiato le periferie - pensiamo alla Sardegna per l’Italia, a paesi come la Spagna, il Portogallo, la stessa Grecia, l’Irlanda. 

Poi le cose sono cambiate. Molti paesi grandi e forti sono emersi sulla scena del mondo, nella competizione coi quali solo l’Europa unita può gareggiare. Questo è un elemento sul quale non dobbiamo stancarci di riflettere. La crisi del debito pubblico dei paesi più indebitati come l’Italia, la Spagna e la Grecia è gigantesca se vista nella dimensione nazionale, ma può essere risolta se affrontata in una dimensione continentale. 

Fino a che l’Europa è stata una convenienza i popoli hanno lasciato fare alle élites, ma questo ha creato un processo di costruzione europea delle cui caratteristiche oggi stiamo pagando il prezzo. Adesso che c’è la crisi, i paesi che non vedono più la vecchia convenienza si accorgono dell’aspetto troppo dirigistico con cui sono state costruite le istituzioni europee. Dunque si comprende bene come per Napolitano, che è un europeista di antico lignaggio, senza una costruzione più democratica, più popolare dell’Europa, risulti poi arduo immaginare una reazione morale nei momenti di difficoltà.

Non a caso il Presidente ha affrontato il tema dell’economia sociale di mercato, che costituisce una sorta di “anima” dell’Europa che la distingue da altre aree e aggregati economici, come ad esempio gli Stati Uniti. L’economia sociale di mercato come modello europeo ha costruito una crescita e un benessere nel nostro continente straordinaria, dal dopoguerra fino alla fine dei Duemila. Quindi non si può rinunciare a quel modello, ma è evidente che esso richiede una profonda riforma sia perché dal punto di vista quantitativo le risorse disponibili non sono mai state così scarse, e dunque è impossibile sostenerlo nelle forme in cui funziona adesso, sia perché dal punto di vista ideale non risponde più a quei criteri di giustizia sociale e di uguaglianza per cui era nato. 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
19/08/2013 - ELUANA! (Alberto Speroni)

una scelta morale ,di valore,simpaticamente ...laica!