BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

SCENARIO/ Il giurista: tutto quello che il Pd non ha capito del voto su Berlusconi

Silvio Berlusconi (Infophoto)Silvio Berlusconi (Infophoto)

In conclusione, il voto sulla decadenza di B. dal Senato è una decisione politica assunta secondo il principio maggioritario. So bene che i numeri non aiutano a esprimere un atto di “non-decadenza” di B., per via delle posizioni del Pd, ma dal punto di vista costituzionale una deliberazione del genere appare pienamente possibile e, semmai, esposta ad un eventuale ricorso per conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, la quale – secondo dottrina – non potrebbe che prendere atto (questa volta sì) della decisone del Senato. L’annullamento della deliberazione del Senato, infatti, non sarebbe pensabile senza una valutazione di merito politico che è preclusa alla Corte e meno che mai sarebbe possibile effettuare o comandare una esecuzione in forma specifica della sentenza. Pronunce del genere, mai effettuate, creerebbero i presupposti anche per ulteriori conflitti tra Senato e Consulta. Ma costituzionalmente dove poggerebbe il rifiuto di deliberare la decadenza dal Senato di B.?

A tal proposito, occorre considerare che l’equilibrio tra i poteri dello Stato è stato sempre un problema costituzionale nella storia degli stati moderni. Tutta la vicenda della guerra dei trent’anni (1618-1648), da cui discendono i più importanti principi di diritto parlamentare, compresi quelli dei quali stiamo discorrendo, non sarebbe comprensibile se non alla luce di un equilibrio basato sull’indipendenza dei poteri. Il Costituente italiano applicò i principi dell’immunità prima ancora di scrivere l’art. 68 Cost. (ovviamente nella formulazione originaria), proprio richiamando i principi di diritto parlamentare costruiti a partire dal 1648 e già fatti propri dal vecchio Statuto Albertino.

L’art. 68 Cost., sulle immunità dei parlamentari, era in tal senso una norma ricognitiva di precisi principi formatisi storicamente per assicurare l’indipendenza delle Camere dagli altri poteri; anche la norma dell’art. 66 Cost. (Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità), su cui si baserà la deliberazione del Senato, è da leggere in questa luce come un preciso strumento volto ad assicurare l’indipendenza delle Camere dagli altri poteri dello Stato. In particolare, l’art. 68, nella versione ante 1993, rappresentava una garanzia totale nei confronti della Magistratura, per la quale si poteva parare ogni attacco a un componente delle Camere che poteva tradursi in una menomazione per la Camera stessa.

È dalla modifica di quest’articolo della Costituzione che il conflitto tra Magistratura e politica è diventato ingovernabile e che ha reso la Magistratura un potere più forte degli altri poteri dello Stato, pur non godendo di una diretta legittimazione popolare. Venuta meno questa garanzia per le Camere, abbiamo assistito a tutta una serie di atti che hanno nuociuto alla credibilità del Governo italiano, come l’avviso di garanzia di Napoli insegna. La modifica dell’art. 68 permise la ristrutturazione del sistema politico italiano per opera di “Mani pulite”, ma non ci ha dato né un nuovo sistema, né politici migliori, come il caso del Sen. Lusi ci ha mostrato.