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DIETRO LE QUINTE/ Il bivio di Scelta Civica e Monti (all'ombra di Berlusconi)

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Mario Monti (Foto: Infophoto)  Mario Monti (Foto: Infophoto)

La decisione della Corte di Cassazione irrompe sul mondo politico e - per quanto lungamente attesa e con ogni ipotesi già esplorata - mantiene tutto il suo effetto deflagrante. Tutta la realtà politica ne è investita, le istituzioni, il governo, la maggioranza, i singoli partiti. Pur epilogo di una vicenda ventennale, ogni angolo della politica subisce le ripercussioni di un evento che costringe a ridefinirsi. Anche le forze di centro, che stanno già vivendo una loro crisi. Scelta Civica ha appena attraversato un momento di durissimo confronto che avrebbe portato a un aut aut tra protagonisti e anime del nascente partito. Nelle ore successive ci si è affrettati a mostrare maggior unità, e il presidente Monti ha parlato di convivenza tra culture diverse, convivenza difficile ma da plasmare e regolare. Il clima che si respira in quegli ambienti però non conferma questa interpretazione, e sembra che i parlamentari vivano più da separati in casa.
Non solo con l’UDC che come partito è a se stante, ma proprio all’interno di quanti costituiscono il movimento nato l’inverno scorso. In questa situazione complessa la sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi incide in un modo curioso. Da una parte quasi serve a distrarre dai problemi interni e a ricompattare rispetto all’immagine esterna. Ciò che più unisce è l’auspicio che nulla cambi nei confronti del governo, che l’esperienza Letta (con cui c’è stato un incontro) prosegua senza scossoni, come unica strada possibile, quella della grande coalizione indicata fin dalla campagna elettorale dalle forze centriste. Su questa linea, cioè sul fatto che la sentenza Berlusconi non debba provocare scossoni al governo e al Paese, si ritrova buona parte del gruppo montiano (nonostante non si siano espressi gli esponenti di recente più critici verso il governo, sospettati di “renzismo”).
D’altro canto però la sentenza Berlusconi investe in pieno una delle problematiche centrali della frattura interna a Scelta Civica: la collocazione europea e di conseguenza la collocazione politica. La recente spaccatura interna al movimento ha avuto come oggetto apparente proprio questo problema: da un lato i gruppi che spingono per una scelta verso l’ALDE, i liberali europei (e una parte di questi hanno mostrato interesse persino per le novità liberali interne al mondo democratico, quindi socialista, leggi Renzi), dall’altra coloro che condividono maggiormente un contesto popolare, soprattutto in merito all’ispirazione sociale e cristiana. In mezzo, il presidente Monti continua a dire che il dibattito è aperto e deve essere rinviato a settembre, ma alcune recenti scelte sembrano indicare che da un’originaria simpatia verso i popolari sia invece passato a una preferenza per i liberali. Il contrasto è relativo ai valori di riferimento, e quindi a cosa sia e cosa debba essere il nuovo movimento politico, ma è anche questione di equilibri di potere interni, e in prospettiva riguarda le strategie europee. Le vicende degli ultimi giorni, con il convegno “popolare” organizzato da una parte di Scelta Civica insieme all’UDC (preceduto da alcuni documenti di segno opposto predisposti da altri parlamentari) e la conseguente notte della resa dei conti che ha portato alla decadenza da coordinatore del cattolico Olivero, non fanno volgere al meglio il barometro. E la sentenza Berlusconi, per quanto vista con la maggior distanza possibile, piomba in mezzo a questa vicenda. Per alcuni sarà la conferma che non si può convergere su quel Partito Popolare che in Italia è rappresentato da Berlusconi e dal PDL, verso i quali già si sono inaspriti alcuni toni.


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