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Politica

SCENARIO/ Fioroni: la fine del Berlusconismo obbliga il governo a durare (e a fare)

Secondo GIUSEPPE FIORONI, questo governo è quanto mai necessario per consentire alla politica di riorganizzarsi e intercettare i segnali del cambiamento e della fine di un’epoca

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Serve «un momento di verità», «una seria verifica», tuona D'Alema. «Una stretta» - addirittura - monita severamente confondendo, probabilmente, l’oggi coi bei vecchi tempi in cui c’era lui, al governo. Epifani, invece, si è limitato a pretendere che Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, faccia un passo indietro, scatenando l’ira del Pdl. Che è pur sempre uno dei principali partiti che sostengono l’esecutivo. Cosa ci aspetta? Lo abbiamo chiesto al senatore del Pd, Beppe Fioroni.

Il governo regge?

Il governo è nato per risolvere l’emergenza sociale, economica, e istituzionale del Paese. Su questa missione ha fondato le ragioni della sua nascita e della sua durata. Reggerà, quindi, se saprà realizzare con decisione quel progetto per il quale è nato. Detto questo, le esigenze politiche che riguardano il bene del Paese non possono essere sovrapposte a quelle legate a vicende personali. Queste ultime vanno affrontate senza ripercussioni e senza ricadute sull’esecutivo.
Fin qui, tuttavia, siamo nel campo del dover essere

Guardi, sono consapevole della distinzione, nel Pdl, tra falchi e colombe, come del resto di un fenomeno analogo nel Pd; tuttavia, credo che la vicenda di Berlusconi indurrà tutti alla consapevolezza del fatto che l’architrave su cui si fondava la contrapposizione della seconda Repubblica sta venendo bene. Quel crinale tra chi era a favore e chi contro Berlusconi rappresenta una fase passata. Oggi, la politica è chiamata ad un esercizio di responsabilità e capacità. L’errore più grande sarebbe pensare che un dibattito di questo genere rappresenti un problema che riguarda sempre e solo gli altri partiti.

Cosa comporta la fine del berlusconismo e dell’antiberlusconismo?

Determinerà un effetto sistemico. Nel Pd, per esempio, non ci si potrà ridurre ad una conta tra Letta e Renzi. Altrimenti, nell’elettorato di centrosinistra, ci sarà una drammatica richiesta di rappresentanza da parte della sinistra; siamo pur sempre il Paese occidentale che ha avuto il più grande partito comunista, e gli eredi di Gramsci non possono sentirsi rappresentati da un dibattito che si limiti a tale contrapposizione. Nel Pdl, benché Berlusconi sia venuto meno, esiste tuttora una grande aggregazione elettorale che non si riconosce nel centrosinistra ed è alla ricerca di un soggetto politico che li rappresenti. Insomma, si tratta di ricadute talmente vaste e coinvolgenti che questo governo è necessario perché, operando, lascia il tempo alla politica di riflettere e cogliere i segni del cambiamento.

Berlusconi, però, è ancora in campo. Farà bene, come dice Epifani, a farsi finalmente da parte?