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IL CASO/ Se anche promuovere la Kyenge a ministro è una forma di razzismo

Per quale ragione, se non per dare un’impronta ipocritamente progressista al governo, un’oculista di colore, spiega PAOLO FERRARI, è stata nominata ministro della Repubblica?

Cecile Kyenge (Infophoto) Cecile Kyenge (Infophoto)

Caro direttore,
la dott. ssa Kyenge, ministro per l’Integrazione, ha assunto un livello di notorietà mediatica soprattutto in conseguenza della stupide (a dir poco) frasi offensive di cui è stata destinataria. Come è noto la dott.ssa Kyenge, di professione medico, è una donna di colore, nata in Africa e poi emigrata in Italia, ove ha assunto la cittadinanza.

Tali sue caratteristiche etniche sembra che siano gli elementi scatenanti delle frasi offensive pronunciate nei suoi confronti. Reputo inutile commentare tali episodi, che si commentano da soli. Voglio invece formulare qualche osservazione sulla “logica” di chi ne ha sostenuto la candidatura a ministro. Una logica che, a mio avviso, è, sotto un diverso profilo, sottilmente, ambiguamente, astutamente, similmente “razzista” a quella degli stupidi insulti.

Occorre infatti domandarsi: “Perché la dott.ssa Kyenge è stata nominata ministro?”. Non ritengo certo per sua particolare esperienza e capacità politica, né tantomeno per conoscenza (se non per sua personale esperienza) delle vaste problematiche sociali della integrazione, essendo ella un medico oculista. Temo invece che sia stata scelta per le sue particolari caratteristiche etniche: perché di origine extracomunitaria africana, per di più donna di colore. E’ stata quindi a mio avviso usata la sua “provenienza etnica” come elemento decorativo della composizione governativa, per colorare, si può ben dire, con un finto tocco di ipocrita progressismo quella che poteva apparire come una grigia compagine.

E dunque, se io non mi sbaglio, se è così, se queste sono le ragioni principali della sua designazione, sia pure con la promozione a ministro della Repubblica, nei confronti della dott.ssa Kyenge è stato compiuto un atto che si potrebbe definire di sottile razzismo.

Con una discriminazione, sia pur in positivo, sulla base non delle capacità ma della provenienza etnica e del colore della pelle. Non sono questi i principi a cui dovrebbe ispirarsi una società autenticamente liberale che ha vero rispetto per l’individuo e le qualità dell’io individuale. Ma d’altro canto vediamo che anche la più potente nazione del mondo sembra avere attuato gli stessi criteri di scelta per il proprio vertice con le conseguenze che, anche in questi giorni, sono sotto gli occhi di tutti. 

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