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PAPA & POLITICA/ La rivoluzione di Francesco in tre mosse

Pubblicazione:martedì 17 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 17 settembre 2013, 11.45

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

Punto secondo. Se i governanti devono amare il popolo, allo stesso tempo i cittadini non possono disinteressarsi della cosa pubblica, è il secondo richiamo del Papa. "Un buon cattolico si immischia in politica − spiega Francesco − offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare". I cittadini quindi non possono non curarsi della politica: "Nessuno di noi può dire: 'Ma io non c'entro in questo, loro governano…'. No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il meglio perché loro governino bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso. La politica, dice la Dottrina Sociale della Chiesa, è una delle forme più alte della carità, perchè è servire il bene comune. Io non posso lavarmi le mani, eh? Tutti dobbiamo dare qualcosa!".
"Forse" – ha proseguito il Papa – "il governante, sì, è un peccatore, come Davide lo era, ma io devo collaborare con la mia opinione, con la mia parola, anche con la mia correzione" perché tutti "dobbiamo partecipare al bene comune!". E rivolto ai cattolici ha concluso: "Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare". Se nessuno deve disinteressarsi della politica, un "buon cattolico" deve addirittura "immischiarsi", interessarsi, mettersi in mezzo, perché nessuno più di lui dovrebbe avere più a cuore il bene di tutti, il bene del popolo. Mettersi in mezzo, dare qualcosa, rompere le scatole, proporre, dar conto delle proprie ragioni in un dialogo vero. 

Si potrebbe continuare a lungo nel dettagliare tutte le suggestioni di quel "immischiarsi". A me, però, questo invito del Papa ha ricordato l'impeto di una ragazza senese della seconda metà del Trecento. Santa Caterina da Siena che non se ne stava in disparte a sparlare o a lamentarsi, ma si metteva in mezzo con le sue missive, con il suo corpo, con i suoi viaggi. In mezzo non a piccole beghe di partito, ma tra Stati, città, fazioni. È bellissima una delle sue lettere raccolte in un libro che consiglio a tutti, La città prestata, e indirizzata ai difensori della città di Siena. Vi scrive: "Signoria prestata sono le signorie delle cittadi o altre signorie temporali, le quali sono prestate a noi e agli altri uomini del mondo; le quali sono prestate a tempo, secondo che piace alla divina bontà, e secondo i modi e i costumi de' paesi: onde o per morte o per vita elle trapassano. Sicché per qualunque modo egli è, veramente elle sono prestate. Colui che signoreggia sé, la possederà con timore santo, con amore ordinato e non disordinato; come cosa prestata, e non come cosa sua". 

Ecco come "un buon cattolico" si deve "immischiare" e mettersi in mezzo alla politica, così, ricordando a lui stesso e a tutti che la città è cosa prestata e non cosa sua. Che rivoluzione se ci immischiassimo con questa consapevolezza!


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