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Politica

PAPA & POLITICA/ La rivoluzione di Francesco in tre mosse

Ieri, nella sua omelia mattutina in Santa Marta, Papa Francesco ha dedicato i suoi pensieri ai politici. Il papa ha avuto parole anche per i cattolici. Il commento di RICCARDO BONACINA

Papa Francesco (Infophoto)Papa Francesco (Infophoto)

Nella catechesi (quasi) quotidiana che papa Francesco sta componendo con le sue brevi omelie alla messa mattutina in Santa Marta, commentando ieri il Vangelo del centurione che chiede con umiltà e fiducia la guarigione del servo e la lettera di San Paolo a Timoteo, ci ha invitato a "riflettere sul servizio dell'autorità". E lo ha fatto, con la solita efficacia enucleando almeno tre punti.

Punto primo. Papa Francesco ha innanzitutto ricordato che "le due virtù di un governante" sono l'amore per il popolo e l'umiltà: "Non si può governare senza amore al popolo e senza umiltà! E ogni uomo, ogni donna che deve prendere possesso di un servizio di governo, deve farsi queste due domande: 'Io amo il mio popolo, per servirlo meglio? Sono umile e sento tutti gli altri, le diverse opinioni, per scegliere la migliore strada?' Se non si fa queste domande il suo governo non sarà buono. Il governante, uomo o donna, che ama il suo popolo è un uomo o una donna umile". 

C'è in questo richiamo così semplice da apparire quasi scontato una potenza d'indicazione che a me pare non ancora colta nella sua importanza e che vale la pena sottolineare. Questo Papa dopo qualche decennio, e proprio perché arriva "dalla fine del mondo", riporta all'ordine del giorno del discorso pubblico anche europeo una parola dimenticata, anzi, censurata, silenziata, la parola "popolo". Non utenti, non consumatori, non attivisti, non elettori e neppure cittadini, questo Papa argentino parla ogni giorno di popolo e ogni giorno parla al popolo (basta partecipare ad uno qualsiasi dei suoi appuntamenti per scoprirne la palpabile evidenza). 

In un libro che è un vero manifesto della sua visione civile e politica ("Noi come cittadini, noi come popolo", Jaca Book), Bergoglio scrive "Non basta l'appartenenza alla società per essere pienamente cittadino (…) stare in una società e appartenerle in quanto cittadino, nel senso di ordine è un grande passo di funzionalità. Ma, la persona sociale acquisisce la sua piena identità di cittadino nell'appartenenza a un popolo. Questa è la chiave, perché identità è appartenenza al popolo dal quale si nasce e nel quale si vive". È un richiamo potente per tutti, questo, ma in particolare per chi è chiamato a governare e perciò è anche chiamato ad ascoltare questa identità viva, facendo i conti con una storia che lo precede e che lo oltrepassa.  "Amare il popolo" in una posizione di "umiltà", significa essere coscienti di questo, essere coscienti che il governo è un servizio, temporaneo.

In questo richiamo di Bergoglio nell'omelia di ieri, risuona il grande discorso di Benedetto XVI al Parlamento tedesco di due anni fa (22 settembre '11), un discorso che si concludeva così: "Al giovane re Salomone, nell'ora dell'assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che quello che domandò Salomone: Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male".