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BERLUSCONI/ La sfida di Napolitano alla "rivoluzione" dei giudici

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Purtroppo il quadro non è questo. Anche perché, senza disporre di informazioni riservate, ed essendo un lettore di media intelligenza della stampa nostrana, mi riesce facile capire che, nel momento in cui il senatore Berlusconi non sarà più tale e non potrà avvalersi di ciò che resta della immunità parlamentare – esemplare qui quello che ha detto Michele Ainis sul Corriere – ci sarà la corsa tra le varie procure d'Italia ad impallinare l'anatra zoppa di Arcore. Per cui ogni provvedimento di indulgenza elargito per la prima condanna rischia di diventare un boomerang devastante per la presidenza della Repubblica e di travolgerne il ruolo di ultima istanza nel campo di macerie che è oggi il nostro sistema istituzionale. 

Proviamo cioè ad immaginarci cosa succederebbe se il Quirinale, accelerate le procedure di rito, elargisse la grazia a Berlusconi, i partiti dell'opposizione strillassero nei limiti prevedibili e nel giro di una settimana i giornali dovessero riportare di nuovi avvisi di garanzia inviati a Berlusconi per questo o quel fatto su cui le procure stanno indagando (tanto ormai la competenza territoriale delle procure è un mito giuridico e tutti indagano su tutto. Salvo poi vedersi dichiarare incompetenti. Ma questo avviene a riflettori spenti ed è un fatto puramente processuale che interessa a pochi, se non all'indagato).

Insomma, se ci si riflette, è facile capire che l'elargizione della grazia o di qualunque altra indulgenza a Berlusconi cui seguisse a breve un avviso di garanzia o un arresto per qualunque motivo diverrebbe subito, di fronte a buona parte del paese, una dichiarazione di complicità del Quirinale con Berlusconi. E significherebbe mettere nelle mani di qualunque procuratore della Repubblica (e della sua personale concezione della giustizia) l'autorità e l'autorevolezza del Quirinale. E cioè di una istituzione che grazia un delinquente abituale, come non a caso viene sistematicamente definito da qualcuno. Che ne uscirebbe totalmente distrutta.

Insomma, graziare Berlusconi significherebbe mettere nelle mani di qualunque procuratore ciò che resta del nostro sistema politico, ormai rappreso attorno alla presidenza della Repubblica.

Ed è qui che sorge il problema. Contrariamente a quanto si può pensare il problema non è Berlusconi e le sue condanne. In fondo Berlusconi è un imprenditore che vent'anni fa ha deciso – per ragioni sue – di occuparsi di politica. E da allora è stato un imprenditore a capo di un gruppo multinazionale che è stato passato ai raggi x da ogni procura d'Italia. Il che – per inciso − ha costituito negli anni la fortuna personale e professionale di diversi avvocati versati nel diritto penale. Che le attività di Berlusconi prima e dopo la sua discesa in campo fossero una miniera d'oro in cui per ogni procura fosse redditizio scavare per ragioni diverse (dalla tutela dello stato di diritto alla notorietà individuale) è facile ad immaginarsi. Il punto è che ogni procura lo fa nel nome dell' "atto dovuto" e della "obbligatorietà della azione penale" e dello "stato di diritto". Cioè nel nome di paraventi da opporre all'esterno ad ogni scelta discrezionalissima nell'esercizio dell'azione penale.