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Politica

BERLUSCONI/ La sfida di Napolitano alla "rivoluzione" dei giudici

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Ed è qui, dicevo, che sta il problema. Perché le invocazioni allo stato di diritto che ho sentito in queste ultime settimane in margine alla vicenda condanna-incandidabilità-legge Severino-interdizione pubblici uffici etc. di Berlusconi mi danno qualche brivido. A leggere i giornali – e diversi autorevoli colleghi − sembra che lo stato di diritto si riduca alla indipendenza assoluta e alla sostanziale irresponsabilità della magistratura. Si riduca cioè al fatto che se c'è una sentenza questa deve essere eseguita. E il giudice è solo lo strumento di una legge così obiettiva e astratta da essere cieca. 

Altra versione di questo argomento è quella per cui il cittadino Berlusconi è un cittadino come tutti gli altri. Quindi non si vede perché dovrebbe godere di un trattamento differenziato rispetto a tutti gli altri. Ne va dell'uguaglianza e dello stato di diritto. Qualche settimana fa mi è capitato di sentire la presidente della Camera, intervistata su Sky sulla vicenda dell Giunta per le elezioni del Senato, esprimersi sull'opportunità che la Giunta applichi il principio costituzionale dell'eguaglianza che è un valore essenziale della nostra Costituzione. Alla faccia del principio bicamerale e del fatto che Camera e Senato sono poteri distinti dello Stato, che dovrebbero operare in modo parallelo e senza interferenze reciproche. Almeno sulla carta o nelle dichiarazioni dei rispettivi presidenti. 

Io non me la ricordo Nilde Jotti che, da presidente della Camera, si metteva ad esprimere in pubblico auspici su un voto del Senato. Ma può darsi che sbagli. E che il precedente si possa trovare. Si sa che i funzionari parlamentari stanno lì per quello.

Comunque è da dichiarazioni come queste che emerge il problema. Contrariamente da quanto può desumersi dalla vulgata diffusa da politica e stampa, lo stato di diritto non è affatto lo stato delle sentenze e lo stato del giudice indipendente e irresponsabile (perché se lo si rende responsabile di qualcosa, poi non si sa cosa succede: in fondo questo non è un paese normale). 

Questo, per chiamare le cose con il loro nome, si chiama stato di giurisdizione. Ed è una patologia ben nota dello stato di diritto. Se volete, una sua involuzione. O una sua degenerazione.

Lo stato di diritto è essenzialmente – e prima di tutto – limitazione del potere politico e separazione dei poteri dello Stato. È l’idea per cui tutto il potere politico debba essere concentrato in capo allo Stato perché poi, all’interno dello Stato, possa essere limitato dal fatto di essere frammentato da una costituzione: innanzi tutto per evitare che chi fa le leggi le possa anche eseguire. Ma anche per evitare che un potere possa influire sulla organizzazione e sulla attività di un altro potere. Se è da 150 anni che abbiamo un giudice amministrativo distinto dai tribunali ordinari è perché, 150 anni fa, non si riteneva opportuno che la magistratura ordinaria, conoscendo degli affari dell’amministrazione, desse degli ordini al governo o interferisse con la sua azione. Perché avrebbe violato la separazione dei poteri.