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BERLUSCONI/ La sfida di Napolitano alla "rivoluzione" dei giudici

Pubblicazione:domenica 29 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:lunedì 30 settembre 2013, 16.01

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Oggi, invece, avendo fatto dei gran passi avanti, i parlamentari ritengono opportuno che sia la magistratura a decidere chi deve fare il parlamentare o chi deve smettere di fare il parlamentare.  Il che non è un bene né per i parlamentari, che abdicano in premessa alla loro posizione di potere dello stato, né per la magistratura, che dovrebbe giudicare senza essere caricata della responsabilità tutta politica di escludere qualcuno dall’esercizio della funzione parlamentare.  

Quello che è meno noto è che nello stato di diritto la magistratura non è affatto un potere neutro e irresponsabile. E il giudice non è la bocca della legge. Questa è la vulgata italiana dello stato di diritto: ed è una vulgata che è stata diffusa – per ragioni comprensibili, visto quello che era successo – soprattutto nel dopoguerra. Ed è una vulgata che dello stato di diritto e del ruolo della magistratura ci proviene dalla Rivoluzione francese: quella della legge come volontà generale; della dea giustizia giusta perché cieca; del giudice potere neutro e bocca della legge; e, per qualche anno, anche delle ghigliottine nel nome del popolo e della nazione. Poi si sono addolciti. Ma non molto.

Nello stato di diritto quello del giudice è un potere terribile: anzi il più terribile di tutti. Perché in virtù di tale potere "Può devastare lo Stato con le sue volontà generali e, siccome ha altresì il potere di giudicare, può distruggere ogni cittadino con le sue volontà particolari". Sicché, essendo il potere più terribile, quello del giudice non è un potere neutro, ma è un potere che va neutralizzato. È molto diverso. Perdonate il tono improvvisamente aulico ma sto riprendendo il cap. VI, libro XI dello Spirito delle leggi di quel francese che era andato in Inghilterra a studiare ed è tornato nel continente con la curiosa idea di raccontare il modo in cui gli inglesi si governavano dai tempi in cui avevano chiuso con Cromwell. Ed è stato così convincente che poi quel modo di governarsi si è diffuso in mezza Europa con il nome di stato di diritto.

Insomma, per Montesquieu – leggere per credere − la cosa più pericolosa era quella di trasformare la magistratura in uno "stato" o in una "professione", perché altrimenti, sempre per Montesquieu, si finisce per temere i magistrati e non la magistratura. 

Ora io non so quanto queste pagine siano state frequentate da coloro che in queste settimane hanno elevato canti altissimi allo stato di diritto, al giudicato formale, all'uguaglianza dei cittadini e all'indipendenza dei magistrati. Però so che se mastico l'inglese, vado su google e clicco su questo indirizzo scopro un mondo completamente diverso, dove nessuno si indigna a leggere che i giudici della Corte Suprema possono essere rimossi dal potere politico attraverso una petizione del parlamento alla Corona; dove si precisa che il potere politico ha esercitato questo potere solo una volta nel 1830 per un giudice della High Court che si metteva in tasca i soldi delle parti e un paio di volte per  giudici delle giurisdizioni minori che combinavano marachelle tipo contrabbandare whisky da Guernsney alle rive inglesi. 


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