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BERLUSCONI/ La sfida di Napolitano alla "rivoluzione" dei giudici

Pubblicazione:domenica 29 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:lunedì 30 settembre 2013, 16.01

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Scopre un mondo dove si sa benissimo che non è bene che i giudici diventino uno "stato" o una "professione" – come copiava Montesquieu una volta passata la Manica – e per questo c'è circolarità tra le professioni giuridiche; dove i giudici rispettano il potere politico e da questo sono rispettati. Perché sanno di fare quasi lo stesso mestiere. 

Scopre un mondo dove i Crown Prosecutors sono soggetti, nella scelta dei reati da perseguire, a linee guida adottate dal potere politico, anche perché lì si sa benissimo che, siccome la giornata è di ventiquattro ore e la settimana di sette giorni, il Prosecutor deve scegliere a quali classi di reati bisogna dare la priorità. E allora si capisce che, dovendo scegliere, perseguire un reato significa, di fatto, depenalizzarne un altro. E non è bene che questa scelta la faccia un funzionario della Corona.

Certo, la nostra raffinata cultura giuridica è lontana da tutto questo. Quando un magistrato colto e serio come Luciano Violante, non ascrivibile ai ranghi del partito-azienda, scrive un libro assolutamente onesto sullo stato della magistratura in Italia (L. Violante, Magistrati, Torino 2007) ed esprime dubbi sull'assetto dei rapporti tra potere politico e potere giudiziario, può essere tranquillamente processato in piazza e preso a gavettoni il giorno dopo. Certo non per il libro, ma perché ha solo detto che forse la legge Severino avrebbe potuto essere mandata alla Corte costituzionale.

 

Il che – detto per inciso − sarebbe stata una eccellente via d’uscita dalla situazione in cui ci siamo infilati, visto che estendere automaticamente ai parlamentari istituti pensati vent’anni fa per i consiglieri comunali magari qualche problema di legittimità costituzionale può darlo. 

Così non è stato. Perché le sentenze – nello stato di diritto immaginario delle dichiarazioni alla stampa – vanno rispettate. E il giudicato è il giudicato.

Forse non è per caso che quel signore francese che ci parlava dello stato di diritto 200 anni fa, prima di esporci come funzionava il potere giudiziario in Inghilterra, per farci capire quali fossero i rischi delle involuzioni del potere giudiziario e della concentrazioni di potere in capo alla magistratura, ci descrivesse (sempre cap. VI libro XI dello Spirito delle leggi) come aveva visto funzionare la magistratura nelle Repubbliche italiane di fine '700. E le additava a perfetto esempio delle concentrazioni di potere da evitare. 

Si vede che viaggiare aiuta. 



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