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BEPPE GRILLO & M5S/ La voglia di potere li divide ma il Pd non li vuole

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Beppe Grillo (Infophoto)  Beppe Grillo (Infophoto)

Scaramucce o preludio all’esplosione? Cosa succede, insomma, nell’M5S? Che al suo interno covino malumori è noto da tempo. Mai, tuttavia, come in questi ultimi giorni erano emersi in maniera tanto evidente anche al di fuori della formazione politica. Certo, in passato c’è stata più di una voce di dissenso. Di solito veniva espulsa. Questa volta pare che il fenomeno abbia assunto dimensioni più preoccupanti, dal punto di vista del mantenimento dell’unità grillina. La posizione che, in particolare, sta risultato maggiormente divisiva è quella sintetizzata nelle parole del senatore Luis Alberto Orellana: «sono per il dialogo come lo eravamo ad aprile scorso». «In Sicilia abbiamo un'alleanza in corso, lì non è un tabù. A Ragusa abbiamo vinto perché ci siamo fatti aiutare da altri». Poi, ha aggiunto: «Siamo in 50 non possiamo pensare di fare un governo in 50 e non possiamo metterci paraocchi con dei no assoluti». La risposta dell’ortodossia grillina, interpretata, anzitutto, dal capogruppo a Palazzo Madama Nicola Morra, non si è fatta attendere: «Siamo in guerra. Contro il palazzo e il potere». Poco dopo, Grillo ha ribadito il concetto. Aggiungendo che in guerra o si vince o si perde. Non ci sono vie di mezzo. Emiliano Liuzzi, giornalista de Il Fatto Quotidiano esperto di questioni interne all’M5S, ci spiega come stanno realmente le cose.

 

Siamo vicini a una resa dei conti?

Non credo che stia scoppiando il finimondo. Spesso molti errori di valutazione dipendono dall’assimilazione dell’M5S ad un partito tradizionale.

 

Come stanno le cose?

Ci sono delle persone, e non è un mistero, perché ci sono da sempre, che hanno molta voglia di trasferirsi a Palazzo Chigi. Assaggiati i privilegi parlamentari, vogliono sperimentare l’ebbrezza del potere, quello vero. Peccato che abbiano sbagliato a fare i propri conti.

 

Perché?

Tanto per cominciare, non ci sono crisi all’orizzonte. C’è un presidente del Consiglio. E una maggioranza che regge. Berlusconi non farà cadere il governo, perché non gli conviene. E il Pd ha tutto il vantaggio di mantenerlo in vita.

 

Quanti sono, in ogni caso, i dissidenti?

Non più di dieci.

 

Basterebbero per un sostegno ad un eventuale Letta bis.


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