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BERLUSCONI/ L'unica chance è il Sudafrica

Il 9 settembre di Berlusconi è zeppo di incognite. Davanti a lui si aprono molti vicoli stretti: ma tutti ciechi. Tranne uno. Il commento di MAURIZIO CRIPPA

Silvio Berlusconi (Infophoto) Silvio Berlusconi (Infophoto)

Il prossimo 9 settembre ci troveremo davanti a due possibili (non) decisioni di notevole portata. A Washington, il riluttante Commander in chief della superpotenza globale chiederà a un Congresso molto voglioso di negarglielo il permesso per bombardare la Siria. A Roma la Giunta per le elezioni del Senato deciderà (o inizierà a rimandare) sulla decadenza dallo scranno senatoriale di un Silvio Berlusconi molto più che riluttante davanti all'ipotesi nefasta. Abbandonando Barack Obama al suo destino mondiale, conviene concentrarsi su quello del Cavaliere, tanto più decisivo per le sorti dell'Italia. 

Il 9 settembre di Berlusconi è zeppo di incognite. Al momento, l'unica cosa chiara è che davanti a lui si aprono, più che tanti sentieri che si biforcano come piaceva a Borges, molti vicoli stretti: ma tutti ciechi. E l'atteggiamento ondivago del capo del Pdl – nello scorso weekend è passato da un perentorio "se mi fanno decadere cade il governo" a un altrettanto stentoreo "sono responsabile, il governo va comunque avanti" – certifica che lui stesso ne è consapevole. 

Breve mappa dei vicoli ciechi. La grazia. Presuppone innanzitutto un'accettazione della colpa da parte di Berlusconi, che come è noto non vuole sentirne nemmeno parlare. Dall'altra parte ci vuole una decisione (impegnativa) di Giorgio Napolitano, che finora non ha però dato segnali. Inoltre, non è chiaro se un provvedimento di grazia risolverebbe tutti i problemi "accessori" del Cav., e del resto non lo metterebbe al riparo da condanne future. Vicolo ancora più cieco è quello dell'amnistia: "vasto programma", direbbe De Gaulle, ma inapplicabile a Berlusconi e soluzione invisa almeno a metà del Parlamento (invece servirebbe il 75 per cento dei sì). Ottenere dal Pd l'assenso a considerare nulla la legge Severino è come chiedere al partito di Enrico Letta (e Renzi, ma anche di Rosy Bindi) di suicidarsi. Anche la sola idea di chiedere alla Corte costituzionale un giudizio di validità sulla Severino è strada stretta e del resto Luciano Violante, solo per aver detto che la cosa non è implausibile, è stato processato in piazza dal suo partito. Far cadere il governo e andare alle elezioni è un'altra strada con davanti un muro, quello del capo dello Stato che nel sacro nome della necessità nazionale non ha nessuna intenzione di sciogliere le Camere. 

Del resto, incassare la cacciata del proprio leader dal Senato e fare finta di niente è come chiedere al Pdl di tagliarsi le vene e lasciarsi morire tra gli insulti della base. I falchi del partito chiedono rivoluzioni, la "Famiglia" e l'Azienda invocano mediazioni. Forse, l'unico pertugio praticabile è il day-by-day, un allungare i tempi tra un ricorsino alla Consulta, uno a Starsburgo, una richiesta al Colle di dire la sua. 


COMMENTI
04/09/2013 - vita dura (Claudio Baleani)

E chi lo dice che se uno chiede la grazia vuol dire che ammette di essere colpevole? E se anche fosse così, non possiamo lasciare a Berlusconi l'intima convinzione di essere innocente? Infine, nessuno ha indagato anche un'altra strada. Esiste un istituto che si chiama revisione del processo.