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LEGGE ELETTORALE/ Il 2014 dà scacco anche al Mattarellum?

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Il principale difetto di questo sistema per molti esponenti politici italiani (ad es. per Matteo Renzi) è che esso non assicura la formazione di una maggioranza la sera stessa delle elezioni, ma rende necessarie coalizioni post-elettorali, le quali in Italia potrebbero rivelarsi più complesse che in Germania.

Per questo motivo non pochi guardano a soluzioni che, premiando in maniera non proporzionale la forza o le forze politiche principali, legittimino una maggioranza parlamentare (e quindi un governo, un programma ed un Premier) direttamente mediante il voto dei cittadini. A questo obiettivo erano, in fondo, ispirate sia la legge Mattarella, sia il sistema elettorale dichiarato di recente costituzionalmente illegittimo (il cosiddetto Porcellum), che del resto è per vari aspetti simile ai sistemi utilizzati nel nostro Paese a livello comunale e regionale. 

Dopo l'uscita di scena del Porcellum, le alternative sembrano oggi ridotte ad una sua riproduzione con un meccanismo a doppio turno e l'introduzione delle preferenze e il ritorno alla legge Mattarella. Quest'ultima sarebbe forse preferibile, in quanto basata sui collegi uninominali, invece che sulle preferenze (i cui effetti deleteri, in termini di costi della politica e di inquinamenti mafiosi della campagna elettorale non dovrebbero essere sopravvalutati), ma essa, in un contesto tri- o quadri polare, come quello attuale, rischierebbe di non produrre una working majority nel prossimo parlamento.

Ma, soprattutto, sia la soluzione di un "Porcellum a doppio turno", sia quella del ritorno alla legge Mattarella, si scontrano con il principale problema istituzionale tuttora aperto in Italia: quello della riforma del bicameralismo. Infatti, nel sistema attuale il governo deve disporre di una maggioranza sia alla Camera che al Senato, tanto per poter nascere, quanto per realizzare il suo programma. Ma Camera e Senato sono oggi eletti da due corpi elettorali diversi (gli infraventicinquenni non votano per eleggere l'assemblea di Palazzo Madama) e questo dato, affiancato ad un assetto politico multipolare, rischia di produrre maggioranze diverse nelle due Camere. Con un sistema che attribuisca il premio di maggioranza a doppio turno, il rischio è addirittura che tale premio sia attribuito a due partiti o coalizioni diverse nelle due Camere.

Per questi motivi, la riforma elettorale dovrebbe essere affiancata ad una riforma costituzionale minimale, mirante quantomeno a superare il bicameralismo perfetto. Solo su questa base è possibile la ricerca di un sistema elettorale che produca governabilità, ma si faccia carico, al tempo stesso, dell'esigenza di riavvicinare ai cittadini i loro rappresentanti e di garantire che le Camere riflettano almeno in parte l'assetto politico plurale del Paese, evitando distorsioni eccessive.

Si tratta, come è ben evidente, di un'impresa tutt'altro che facile, che la propensione al tatticismo della classe politica italiana rischia di rendere ancora più ardua. Essa è tuttavia il compito ineludibile dell'anno che sta arrivando.

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COMMENTI
01/01/2014 - L'imprevisto ci salverà da noi stessi? (Carlo Cerofolini)

Per tentare di risolvere, non c’è riforma elettorale che tenga - infatti ne abbiamo sperimentate ben tre (fallimentari) dal 1948 – e quindi occorre una profonda riforma della Costituzione che impedisca trasformismi e governi non votati dai cittadini e quindi occorre orientarci o verso il presidenzialismo Usa o il premierato inglese anche se temo che questo sia un vasto programma. Insomma la vedo buia, a meno che l’imprevisto non ci salvi da noi stessi.