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SCENARIO/ Renzi e il triplo salto mortale all'italiana

Pubblicazione:lunedì 20 gennaio 2014 - Ultimo aggiornamento:lunedì 20 gennaio 2014, 8.53

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Deve aver pensato quanto sia difficile tenere insieme il diavolo e l'acquasanta in questi giorni Matteo Renzi. La sua scelta l'ha fatta quando si è reso conto delle conseguenze che avrebbe avuto l'andare dritto sparato sulla sua strada, l'accordo con Berlusconi, passando sul cadavere di Letta, su quello di Alfano e forse anche su quello di Napolitano. Sarebbe stata una carneficina (politica, ovviamente) di cui avrebbe portato la responsabilità pressoché per intero da solo e che forse non gli avrebbe neppure consegnato la vittoria elettorale, dal momento che si sarebbe votato con il proporzionale puro, dopo la bocciatura del "porcellum". 

Da qui una correzione di rotta, un triplo salto mortale all'italiana che – a certe condizioni – può consentirgli di salvare capra e cavoli. La capra è la propria leadership, consacrata dalla riscrittura delle regole del gioco della politica italiana, in collaborazione con Berlusconi (che ci guadagna, in cambio, la propria ri-legittimazione). I cavoli sono il governo e la maggioranza che lo sostiene, con il pieno appoggio del Quirinale.

Il passaggio era davvero stretto: Berlusconi aveva messo il veto su doppio turno e preferenze, Alfano minacciava sfracelli per impedire si andasse verso il sistema spagnolo, che avrebbe tagliato fuori la sua creatura dall'assegnazione dei seggi in collegi piccoli, da quattro o cinque deputati ciascuno. 

Al professor Roberto D'Alimonte nei giorni scorsi il difficile compito di trovare una quadra. A questo è servito, ieri, il colloquio con il pleniponteziario berlusconiano in materia di legge elettorale, Denis Verdini. Forse a malincuore, Renzi è stato costretto ad abbandonare i tre sistemi che aveva ipotizzato per cercare l'intesa su un quarto modello, ancora tutto in fieri, ancora fluido, e destinato a essere ritoccato più e più volte nelle prossime settimane. Tre sono i punti irrinunciabili: il riparto nazionale dei seggi fra le coalizioni (che piace ad Alfano e non dispiace alle forze più piccole), le liste bloccate e il premio di maggioranza (che scatta al 35%, o forse al 40, per evitare i rischi di una nuova pronuncia di incostituzionalità). 

A questo punto il sistema spagnolo diventa assai meno spagnolo e molto più italiano, accontenta quasi tutti. Certo, i piccoli sono spaventati da una soglia del 4 o addirittura del 5 per cento per chi è in coalizione (e dell'8-10%) per chi sta fuori. E per mettere i bastoni fra le ruote all'intesa hanno rilanciato la battaglia per l'introduzione delle preferenze con lo slogan, che Alfano ha fatto subito suo, del no al parlamento dei nominati.


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COMMENTI
20/01/2014 - X risolvere presidenzialismo o premierato forte (Carlo Cerofolini)

A parte il fatto che temo che qualunque nuova legge elettorale vedrà – se vedrà - la luce potrà essere impugnata di fronte alla Corte Costituzionale se non sarà molto proporzionale con preferenze, va detto che di sistemi elettorali l’Italia dal dopoguerra ne ha avuti tre: proporzionale puro, mattarellum e porcellum – con nel 2008 il centrodestra con una maggioranza schiacciante – e mai le cose hanno funzionato nel verso giusto, perché il difetto sta nell’assetto costituzionale che non determina un esecutivo “forte” che sia in grado di governare adeguatamente e celermente per rispondere a quelli che sono gli interessi dell’Italia, in coerenza gli impegni presi con gli elettori e quindi occorre una riforma costituzionale che vada in questa direzione. Tutto il resto è ammuina!