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BETTINO RENZI/ Caro Lerner, il vecchio "decisionista" Craxi era un'altra cosa...

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Bettino Craxi (1934-2000) (Infophoto)  Bettino Craxi (1934-2000) (Infophoto)

E come Craxi nel Psi, continua Martelli, “è l'unico ad aver sfidato l'apparato di Botteghe Oscure prima a Firenze e poi a livello nazionale. E ha vinto”. Martelli però, nel suo paragone, pare che si soffermi soprattutto sullo “stile” del momento di Renzi, più che sulla sostanza futura. Alla domanda sulle differenze sostanziali tra il nuovo leader del Pd e l'ex leader socialista, Martelli risponde: “Craxi aveva una visione internazionale, mentre con Renzi tutto sembra un po’ superficiale e modaiolo. Cosa vuole, sono questi i tempi che corrono...”.

I paragoni, notoriamente, sono sempre rischiosi, in ogni campo. E poi ci sono alcune visioni personali, interessate, che non tengono conto della realtà e dell'oggettività. Per concederci solo una distrazione momentanea, potremmo ricordare che un ex direttore della Gazzetta dello Sport paragonava Totò Schillaci a Marco Van Basten, preferendo sorprendentemente il primo. Non è questo tuttavia il caso da approfondire, perché bisognerebbe sconfinare necessariamente nella psicanalisi. Il nocciolo della questione ci pare invece il “contesto” in cui si muoveva il vecchio “decisionista”, Craxi, e il nuovo “decisionista”, Renzi. Quando il leader socialista diventò segretario del Psi nel 1976, non si poteva neppure pronunciare la parola “riformista”, perché era un termine visto come disvalore nella sinistra italiana e i socialisti erano, di nuovo, una sorta di succursale del Pci, dove il segretario Francesco De Martino andava in televisione a chiedere voti per la sinistra, indifferentemente per quella comunista o socialista.

C'era la “guerra fredda” e in Italia il più forte partito comunista d'Occidente, nato dalla scissione di Livorno nel 1921, aveva rotto storicamente con il riformismo di Filippo Turati. Ancora al congresso di Palermo del Psi, nel 1981, Craxi dovette superare anche le infinite perplessità di un ex azionista come Riccardo Lombardi per poter fondare la corrente “riformista” all'interno di quello che era il partito di Turati. Ecco, in quegli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta del secolo scorso, dichiararsi “riformisti” era una scelta “politicamente scorretta” nel modo più autentico. Il Pci sfiorava elettoralmente il sorpasso alla Dc e varava il “compromesso storico”, mentre l'Urss era ufficialmente una “potenza al servizio della pace”. Decidere di rompere, stando nella sinistra “riformista”, con quella soffocante “cappa” di conformismo filocomunista o catto-comunista, di affiancamento o di rassegnazione a inevitabili accordi, fu un'azione, con tutta probabilità, un po' più consistente che incontrare nella sede del nuovo Pd (adesso diventato tutto riformista) il “pregiudicato” Silvio Berlusconi, per trovare un accordo realistico sulla riforma elettorale. Tutti vivono la propria epoca, per legge naturale s'intende, e quindi non tutti possono dimostrare il loro “decisionismo”, che magari è prorompente.


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