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STATO-MAFIA/ Mannino: l'interrogatorio di Napolitano è una vittoria di Cosa nostra

Pubblicazione:martedì 28 ottobre 2014

Giorgio Napolitano (Infophoto) Giorgio Napolitano (Infophoto)

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, verrà interrogato oggi nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. A salire al Quirinale saranno non soltanto il giudice Alfredo Montalto, presidente della Corte d’Assise di Palermo, ma anche gli avvocati degli imputati Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Giovanni Brusca, Nicola Mancino, Marcello Dell'Utri, Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino. Ne abbiamo parlato con Calogero Mannino, per cinque volte ministro negli anni ’80 e ’90 e a sua volta imputato nel processo sulla trattativa.

 

Che cosa emergerà dall’interrogatorio di Napolitano?

Per quanto riguarda la questione specifica sulla quale sarà interrogato, il presidente della Repubblica probabilmente risponderà di non sapere altro. E’ quindi inutile per adesso avanzare ipotesi. La testimonianza di Napolitano non ha incidenze negative per gli uomini dello Stato.

 

Ci sono però conseguenze negative per la figura del presidente della Repubblica?

Le conseguenze sono estremamente negative non soltanto per quanto riguarda il presidente della Repubblica, ma per il profilo stesso delle istituzioni italiane. Un giornalista francese ha affermato che questo interrogatorio è una grande vittoria di Cosa Nostra, perché ottiene di portare il presidente della Repubblica nello stesso Tribunale in cui sono imputati tutti i principali imputati della mafia, da Totò Riina in giù. E’ una valutazione purtroppo condivisibile: Totò Riina interroga il presidente della Repubblica. O meglio, non lo fa personalmente, ma lo fa il suo avvocato.

 

Lei come ritiene che vada valutata la vicenda della trattativa nel suo complesso?

Gli organi di polizia potevano avere rapporti con Cosa Nostra, ma ciò non significa necessariamente che abbiano avuto delle relazioni vincolanti. E’ probabile che ci siano stati piuttosto dei contatti per ricevere qualche informazione. E’ lo stesso motivo per cui un procuratore della Repubblica istituisce un rapporto con un pentito. Il pentimento garantisce un “ombrello” di impunibilità, tanto per il pentito quanto per il “confessore”. Questo è il punto di contraddizione. Si ammette che un pubblico ministero possa avere un rapporto con un pentito, e non si ammette che un poliziotto possa avere un rapporto con un criminale, in attesa che si penta.

 

L’utilizzo dei pentiti è da sempre uno dei temi più controversi per quanto riguarda la lotta alla mafia…


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