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Politica

SCENARIO/ Grillo, Renzi, Berlusconi, "intesa" sulle elezioni anticipate

Se Renzi si troverà in difficoltà con Bruxelles per la Legge di stabilità (ovvero con la sola prospettiva di aumentare le tasse) si andrà presto al voto. UGO FINETTI

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

Vedremo mercoledì prossimo — al vertice Ue di Milano — in che mani è l'Italia nel confronto europeo. Come era facilmente prevedibile la Mogherini non serve a nulla (un "assordante silenzio") e l'aver dato l'ok a Jean-Claude Juncker senza un preventivo chiarimento sui contenuti è stato un comportamento molto imprudente. 

Dopo lo choc della generale affermazione delle liste antieuropeiste (anche in Germania), la Merkel non era in condizione di opporsi ad una richiesta italiana — unico vittorioso partito di governo e presidente di turno dell'Ue — di una riflessione sulla crisi e il futuro dell'Ue e sulla necessità di una svolta prima di affidarsi per i prossimi cinque anni a un lussemburghese, ancor più "vassallo" della Germania del portoghese Barroso. Ma il premier italiano doveva ragionare in termini di statista e non di capobranco. Infatti anche l'intervista di una pagina del Corriere della Sera del delegato di Renzi per l'Unione Europea — il sottosegretario Sandro Gozi — senza una parola su euro e allargamento dà l'impressione di un governo un po' spaesato. Soprattutto preoccupa la "scusa" addotta sul mancato contrasto della Merkel e cioè che il Partito socialista europeo ha perso le elezioni. Gli equilibri e le nomine Ue sono in primo luogo una trattativa non tra partiti, ma tra Stati e non bisognava pugnalare nella schiena David Cameron che si opponeva a Juncker in cambio della Mogherini. Italia con Francia e Gran Bretagna poteva animare un fronte di contenimento. 

La politica della Merkel viene da lontano e non può essere contrastata elemosinando "flessibilità", ma contestando come metta a rischio la stessa esistenza sia dell'euro sia dell'Unione Europea. 

Sono venti anni che a Berlino si discute (e si manovra) sulle "due velocità" in seno all'Ue e sulla formazione di un "nocciolo duro" alla guida dell'Europa. 

Già nel 1994, l'oggi ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble (con Karl Lamers nel Bundestag), delinea il futuro "nucleo duro" dell'unità europea con esplicita esclusione dell'Italia. La diarchia franco-tedesca è stata coltivata dalla Merkel come "centro di gravità" di un'avanguardia di Stati in seno ai vertici Ue trainante in modo subalterno paesi come l'Italia ed emarginando la Gran Bretagna. Un'idea che si è sviluppata in alternativa alla prospettiva di una integrazione politica finalizzata ad una Federazione europea. 

Se Renzi non vuole imparare da Craxi e Andreotti legga (o faccia leggere) testi europeisti come quelli del leader dei Verdi tedeschi, Joschka Fischer. Il ministro degli esteri del governo Schröder già nel 2000 avvertiva il pericolo del "corto circuito" tra Europa di 28-30 paesi ed eurozona tuonando: "Quo vadis Europa?". Prevedeva cioè "un continente insicuro" se l'unione monetaria non fosse stata sorretta da integrazione economica e rinnovamento dei sistemi di rappresentanza e di decisione ancora modellati per un'Europa di 6 e che già non funzionavano per un'Europa di 15.