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DIETRO LE QUINTE/ Napolitano si dimette per evitare il voto in primavera

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Non è un mistero, ed è stato ribadito più volte, che Renzi preferirebbe che nulla cambiasse dalle parti del Quirinale, per non turbare l'attuale delicato equilibrio istituzionale.

Anche l'ipotesi che sia il nuovo parlamento, ancora perfettamente bicamerale, a eleggere il successore di Napolitano non convincerebbe il presidente, perché firmando il decreto di scioglimento delle Camere ratificherebbe il fallimento di quel patto per le riforme che fu alla base della sua rielezione.

Obtorto collo Renzi e il resto della politica italiana dovranno fare i conti con un schema diverso da quello pensato sino a qualche settimana fa: sarà questo parlamento, pur con tutti i suoi innegabili limiti (quadro politico cambiato e delegittimazione frutto della sentenza della Consulta sul Porcellum) a eleggere il prossimo Capo dello Stato (tra fine gennaio e inizio febbraio). A quel punto la finestra elettorale di primavera si sarà praticamente chiusa, perché per il primo maggio, data d'inaugurazione dell'Expo di Milano, ci dovranno essere un Capo dello Stato e un governo nel pieno delle proprie funzioni, pena una figuraccia di portata planetaria. 

E' come se Napolitano facesse alla politica l'estremo regalo di costringere i partiti a riprendere il filo delle riforme, filo che sembra scomparso nelle prime nebbie autunnali. Costretti a una qualche intesa, insomma, dal momento che votare non si può. 

Il problema è che all'elezione del successore di Napolitano arriveranno partiti in profonda crisi: il Pd che sta cambiando pelle, una Forza Italia divisa su tutto e fuori dal controllo di Berlusconi, un movimento grillino sempre più debole e diviso. In mezzo solo il consenso forte di cui continua a godere il presidente del Consiglio. A lui toccherà l'onere della prima mossa. Dovrà essere Renzi a indicare la soluzione possibile, e non potrà che essere una soluzione condivisa. Il rischio che tutti i malesseri di un parlamento debole si riflettano nel segreto delle urne è davvero fortissimo. Le 21 votazioni per eleggere i giudici della Corte Costituzionale di competenza parlamentare sono lì a dimostrarlo. Il rischio di nuove "cariche dei 101" è sempre in agguato.

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