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RETROSCENA/ Dietro l'accordo Renzi-Berlusconi, lo "sgambetto" di Napolitano

Pubblicazione:giovedì 13 novembre 2014

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Dalla "profonda sintonia" del 18 gennaio all'accordo "più saldo che mai" del 12 novembre, dieci mesi poche analogie e tante differenze. A prima vista si tratta del rilancio dello stesso accordo, subito ribattezzato "patto del Nazareno", ma non è così. Nel lasso di tempo intercorso fra le due date tutto o quasi è cambiato, e — di conseguenza — il patto di Palazzo Chigi suggella equilibri diversi per scenari profondamente mutati.

A inizio anno si erano trovati di fronte il giovane neosegretario del Pd e il leader di un centrodestra appena espulso dal parlamento, leader di due partiti abbastanza vicini quanto a consensi elettorali. Se non si trattava di un piano di parità, poco ci mancava, nonostante l'azzoppamento di Berlusconi.

Oggi i piani sono diseguali. Renzi è a Palazzo Chigi e ha il vento nelle vele, nonostante il maestrale soffi decisamente meno forte di qualche tempo fa. Ha avuto il 40,8% dei voti alle europee, sta asfaltando la minoranza interna e la Cgil. Berlusconi è profondamente più debole di gennaio, guida un partito balcanizzato e quasi scomparso sul territorio e alle stesse europee è scivolato al 16,8%. In più sente il fiato sul collo di un Salvini che insidia il suo spazio e lusinga gli elettori azzurri. E' ancora azzoppato, anche se non dispera di riuscire a ritornare in campo, a dispetto della sua veneranda età. 

Una forza e una debolezza, che si sono confrontate e hanno rilanciato un patto sulle riforme "più solido che mai", anche se non completo. Rispetto all'accordo del Nazareno molto è cambiato, e quasi tutto a vantaggio di Renzi. Solo l'innalzamento dal 35 al 40% della soglia di voti necessario per evitare il ballottaggio è in apparenza contro il Pd, che è però oggi l'unico partito in grado di raggiungere quella soglia. Per il resto, arrivare presto al risultato del varo della nuova legge elettorale, abbinato alle riforme costituzionali, costituiscono punti a favore del premier, così come la reintroduzione delle preferenze per i candidati successivi ai 100 capilista, che rimarranno espressione dei singoli partiti. 

Renzi si è persino permesso di non affondare sugli altri due punti: il premio di maggioranza che si sposta dalla coalizione alla lista più votata, e la soglia d'ingresso alla Camera, fissata al 3% dal patto con Ncd e i dieci piccoli indiani che lo sostengono. Non è da escludere che — essendo due i punti rimasti aperti — si finisca poi uno a uno: Berlusconi dirà sì al premio di lista, Renzi accetterà uno sbarramento al 4% anche se risulterà indigesto ad Alfano e a Vendola.


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