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DIETRO LE QUINTE/ Quirinale, l'ipotesi di De Benedetti spiazza Renzi

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Giorgio Napolitano (Infophoto)  Giorgio Napolitano (Infophoto)

Anche il positivo incontro di Renzi con Putin sembra portare la firma del Patto del Nazareno. Le critiche di Bersani devono fare i conti con il fatto che gli ex Pci hanno sempre perso e che archiviando l'antiberlusconismo il Pd in un anno è passato dal 25 al 40 per cento.

La crescita (elettorale e negli ultimi sondaggi) di Matteo Renzi e il parallelo calo di Silvio Berlusconi hanno modificato gli equilibri del Patto e le imminenti dimissioni di Napolitano ne hanno cambiato le priorità, ma l'intesa tra i leader delle coalizioni di governo alternative sembra forte e destinata a caratterizzare anche la prossima legislatura. Il punto debole dell'accordo tra i due leader carismatici è che non controllano i rispettivi gruppi parlamentari.

Gli "scricchiolii" delle ultime settimane sembravano infatti provocati dalla comune volontà di elezioni anticipate — anche con il regime elettorale imposto dalla Consulta — da parte di Renzi per approfittare del consenso che riscuote, e da parte di Berlusconi per evitare il proseguimento del trend elettorale negativo e l'ingrossamento dei dissidenti. 

Il rifiuto di Napolitano però di sciogliere il Parlamento che lo ha eletto (e, conseguentemente, di assumersi la responsabilità di affossare l'iter della riforma del bicameralismo e della nuova legge elettorale) ha costretto i leader del Pd e di FI a ribaltare — in modo speculare — la propria linea di condotta.

Mentre nelle ultime settimane Renzi e Berlusconi avevano assunto atteggiamenti sempre più di rottura verso le rispettive minoranze interne convinti di essere alla vigilia di elezioni-epurazione, ora con l'elezione del presidente della Repubblica alle porte hanno dovuto ribaltare la propria condotta e passare dalle minacce ai toni concilianti. Se prima Berlusconi apostrofava Fitto con un "Vattene" e Renzi gli faceva eco con un "Se ne vadano" rivolto agli ex Pci, ora è tutto un "parliamoci-chiariamoci". Non si vive più alla vigilia di uno scioglimento delle Camere, ma di una decisiva "conta" nel segreto dell'urna tra gli attuali parlamentari. I voti di Fitto sono da 30 a 40, un "capitale" di cui Berlusconi non può fare a meno se vuol essere un "grande elettore" del prossimo inquilino del Quirinale. Analogamente Matteo Renzi deve concedere "vertici" di maggioranza e di partito per ridimensionare al massimo le defezioni. E' così che i due leaders, riconfermando il patto del Nazareno, hanno voluto rassicurare i parlamentari con un comunicato congiunto in cui negano di voler votare prima del 2018. Un impegno a cui però non crede nessuno tanto è vero che Giorgio Napolitano preferisce firmare subito la lettera di dimissioni piuttosto che, tra qualche settimana, il decreto di scioglimento delle Camere.

Infatti la scelta elettorale è ormai obbligata per Renzi. Nessuna "ripresina" è dietro l'angolo ed avendo giocato tutto su decisionismo, velocità e risultati ravvicinati, Renzi ora teme la prospettiva di predisporre una legge di stabilità 2015 non più da "enfant prodige", ma da "ripetente". 



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COMMENTI
17/11/2014 - aspettando un nuovo Presidente della Repubblica. (umberto persegati)

commento interessante, basato su indizi e supposizioni o su indiscrezioni? L'elezione sulla base del c.d. consultellum è una sfida che assicura una rappresentanza proporzionale alle liste in parlamento ma non assicura la governabilità: se prevalesse l'interesse generale sarebbe un bene, ma purtroppo i partiti tendono, nei fatti, a far coincidere l'interesse generale col proprio interesse, ed esperienza insegna che nessuna situazione contingente (leggi crisi o catastrofe o situazioni di pericolo pubblico) li induce a trovare un accordo.