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PAESE SPACCATO?/ La cattiva scelta di Renzi tra nuovi e vecchi lavoratori

Pubblicazione:martedì 4 novembre 2014

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"C'è chi tenta di usare il lavoro per dividere il paese": lo ha detto Renzi agli industriali di Brescia, attingendo facilmente alla cronaca di questi giorni, e alla manifestazione che in contemporanea, a Brescia, vedeva contestazioni al governo e incidenti. Lo ha detto in modo accorato. E c'è da credergli che in questo accoramento ci sia la preoccupazione per il Paese, prima ancora che per i destini del suo governo: "C'è un disegno per spaccare in due l'Italia e dividerla tra padroni e lavoratori. Il lavoro non sia terreno di scontro politico. Non si può sfruttare il dolore dei cassintegrati, dei disoccupati, dei precari".

Tutto vero. Se non il disegno, il rischio di questa spaccatura. Come sacrosanta è la necessità di non cavalcare il disagio sociale, perché aggiungerebbe rischi a rischi. Renzi dice una sacrosanta verità, non dividere il Paese. Ma non basta dire una verità per farla. C'è bisogno di essere conseguenti, e di fermarsi tutti, anche il governo; se davvero non si vuole dividere il Paese "tra padroni e lavoratori". Perché questa divisione è nella narrazione politica proposta in questi mesi dalle parti in gioco, dal governo e da chi gli si oppone, in parlamento e nelle piazze sindacali.

Qualsiasi studente di economia sa che capitale e lavoro sono i due principali fattori di produzione. E una visione "umanistica", appannaggio per lo più della sinistra – cui Renzi, che pur tenta di aggregarsi voto moderato e di destra, continua ad ascrivere sé e il suo governo –, aggiungerebbe che il "fattore di produzione lavoro" sono persone, esistenze, vite che non hanno solo mercato ma anche diritti, qualcuno non monetizzabile. E che farli dialogare è la vera necessità "riformatrice" delle nostre società in crisi economica, e della nostra Italia, perché la loro divisione non può funzionare.

Purtroppo alla Leopolda e a San Giovanni, dieci giorni fa, questi due fattori di produzione si sono divisi. In modo plastico. Da un lato un governo che pianifica in modo apologetico la rivendicazione del suo lavoro contro la "conservazione" sindacale, tra il plauso, con toni in alcuni casi sgangherati, di una platea economica imprenditoriale e politica; dall'altro un sindacato all'attacco, se non politico, delle politiche "di destra" di un governo espressione in modo preponderante del maggior partito della "sinistra". Una brutta rappresentazione, e se ne sono visti gli esiti con gli scontri di piazza tra manifestanti e agenti che ne sono venuti in questi giorni, fino a ieri. Urge, da parte degli attori in scena, per il bene del Paese, un rapido cambio di registro.

La situazione economica e sociale dell'Italia è bloccata; lo testimoniano i dati Istat per il 2014  e 2105, che raccontano dell'inefficacia delle misure fin qui prese. C'è bisogno di misure ancora più decise e incisive, per qualità e quantità. E nessuno può illudersi di conservare l'esistente.  


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