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DIETRO LE QUINTE/ Scissione del Pd ed elezioni a maggio, ecco le carte di Renzi

Pubblicazione:lunedì 15 dicembre 2014 - Ultimo aggiornamento:lunedì 15 dicembre 2014, 10.20

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Il dado è tratto. Il Rubicone è varcato. Matteo Renzi non ha esitato un solo istante. Ha travolto la minoranza democratica, relegandola in un angolo, ma ha anche fatto un passo irreversibile verso una mutazione genetica del suo Pd. Il punto di non ritorno è ormai superato. 

Per i suoi oppositori interni è suonata la campana dell'ultimo giro: se hanno coraggio non possono che andarsene. Se non ne hanno, non possono che chinare il capo. Quello che da oggi in poi sarà impossibile è la guerriglia interna che quotidianamente ha squassato il governo e la maggioranza sin dal momento dell'approdo traumatico dell'allora sindaco di Firenze a Palazzo Chigi, quasi trecento giorni fa. Quell'ostruzionismo strisciante non sarà più tollerato, al centralismo democratico del Pci si sostituisce un centralismo nel Partito democratico. 

D'Alema non è andato all'assemblea nazionale. Per non farsi insultare, ha spiegato. Bersani è rimasto a casa, colpito dal mal di schiena. Contro Cuperlo, D'Attorre e Fassina il premier segretario ha avuto partita facile. Civati non si è neppure iscritto a parlare. A margine però ha indicato una scadenza precisa: l'elezione del successore di Giorgio Napolitano. Sarà quello il momento in cui si deciderà il futuro del Pd. 

Non ci vorrà molto, un mese, o poco più. Poi a Renzi toccherà l'onere della prima mossa. Dovrà indicare un nome che non spacchi il partito e che, contemporaneamente, risulti votabile anche per Berlusconi, che non poteva scegliere giorno peggiore — almeno nell'ottica di Palazzo Chigi — per dire ciò che tutti gli osservatori sospettano da tempo: dentro il patto del Nazareno oltre alle riforme c'è un metodo condiviso per individuare il futuro inquilino del Quirinale. 

Alla smentita della Serracchiani non crede nessuno dotato di un minimo di ragionevolezza. Ma sarà davvero arduo mettere insieme chi già nell'aprile 2013 voleva scegliere insieme ai 5 Stelle con chi vuol dialogare con Forza Italia e Ncd. Si tratta dello stesso scoglio su cui finì per arenarsi Pierluigi Bersani. I 101 franchi tiratori che impallinarono Prodi, tutti di sicura appartenenza democratica, sono lì a ricordarlo. E nulla vieta che nel segreto dell'urna finiscano per scaricarsi tutti i mal di pancia che Renzi ha tentato di cancellare con la spada di Brenno. 

Guai ai vinti, chi perderà quella battaglia uscirà con le ossa rotte. Dopo quella data la scissione dentro il Pd diventerà sempre più probabile. Per l'ala sinistra l'aria sta diventando sempre più irrespirabile. Lo testimonia l'accusa di Fassina dal palco dell'assemblea nazionale, quella di operare un cambiamento dell'identità del partito, non più punto di riferimento dell'ala sinistra della società, del mondo del lavoro, del sindacato. 


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