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QUIRINALE/ La doppia carta di "Repubblica" e Berlusconi contro Renzi

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

A 40 giorni dall'apertura delle urne dei grandi elettori, la via per il Quirinale è ostruita da una nebbia fittissima. Niente di strano, tutto normale per la corsa più complicata e imprevedibile della politica italiana. Eppure mai con questa volta l'incertezza genera fibrillazioni capaci di indebolire un governo sulla carta solido e stabile. 

Per Matteo Renzi questa è la prova della maturità. Deve dimostrare di essere all'altezza della gestione di questa partita, deve far vedere di essere superiore a quel Bersani che proprio sul Quirinale andò a schiantarsi, politicamente parlando.

E qui si ricomincia dal nome su cui tutto saltò per aria nell'aprile del 2013, quello di Romano Prodi. In una lista chilometrica di una trentina di nomi, che sembra fatta apposta per confondere le acque, il nome del professore bolognese è uscito forse troppo presto per risultare vincente. Chiunque abbia letto del via libera di Berlusconi al suo arcinemico si è posto più di una domanda. Perché, e perché proprio in questo momento. 

La smentita secca dell'entourage azzurro fa capire che l'uscita di Repubblica è stata quantomeno intempestiva, e lascia intendere che la partita è ben lontana da essere chiusa. Una lettura particolarmente malevola vuole che dietro il tentativo di accreditare Prodi vi siano alcuni ambienti cui l'elezione dell'ex premier e fondatore dell'Ulivo sarebbe assai gradita. E in questo gruppo sarebbe ricompreso anche l'editore di Repubblica

Ma sulla strada di Prodi vi sono moltissimi ostacoli. Il primo è costituito dalle perplessità di Renzi, assai poco propenso ad accettare sul colle più alto un capo dello Stato con un'esperienza politica assai superiore alla sua, e per di più con un curriculum internazionale sterminato. Non a caso continua a circolare l'ipotesi di un pieno appoggio alla candidatura di Prodi come segretario generale delle Nazioni Unite, quando scadrà il mandato di Ban Ki Moon. In fondo, su quella poltrona un europeo manca addirittura dal 1981, quando terminò il mandato di Kurt Waldheim. 

Va ricordato poi che Prodi ha molti nemici proprio dentro il Partito democratico. I 101 che lo impallinarono nel segreto dell'urna venti mesi fa stanno lì a dimostrarlo, e nulla può garantire che la storia non possa ripetersi. Anzi, questo è il principale incubo che tormenta Renzi, il timore che il suo Pd non rimanga compatto, che si consumino attraverso il voto segreto tutte le vendette per le forzature degli ultimi mesi, dal Jobs Act alla legge di stabilità, dall'Italicum alla riforma della Costituzione. 

C'è poi l'incognita Berlusconi. Se il leader di Forza Italia dovesse far cadere il suo storico veto, questo non potrebbe che avvenire di fronte alla promessa di un sostanziale riconoscimento del proprio ruolo politico. Un prezzo politico alto, assai più alto di qualunque altra candidatura. Che si chiami grazia o in altro modo, è questione secondaria.



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