BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FIGLI ABBANDONATI?/ Binetti: non mettiamo i giudici tra le madri biologiche e i bimbi adottivi

Infophoto Infophoto

Ad un certo punto ci si arrende ad un proprio modo di essere perché si capisce che rappresenta qualcosa che è dentro di noi, tanto nostro come dei nostri genitori biologici, perché affonda le sue radici nel nostro essere strutturale, genetico, che ci appartiene in modo profondamente intimo e connaturale. Smettiamo di ribellarci perché quei modi di fare che ci apparivano come una sovrastruttura imposta dall’esterno, sono in realtà qualcosa che vive dentro di noi, con la stessa forza con cui viveva nei nostri genitori. E cresce la voglia di conoscere e di comprendere chi siano, il desiderio di riconciliarsi con loro e perfino di perdonare fatti e circostanze che ci hanno ferito.

Il problema principale in una cultura come la nostra, profondamente permeata dalla consapevolezza dei diritti individuali e non poche volte sganciata dal senso dei doveri corrispondenti, è quello del bilanciamento dei diritti, che nel caso del ddl in discussione si pone tra il diritto all’anonimato della madre, che dà il figlio in adozione, e il diritto alla conoscenza delle sue origini proprio del figlio. Il ddl pone in primo piano il diritto del figlio a sapere chi sono i suoi genitori biologici e sfida una serie di perplessità che si sono manifestate durante il dibattito parlamentare: “Se passa un simile principio in quante per paura decideranno di non rivolgersi all’ospedale, scegliendo l’aborto preventivo o, peggio ancora, il cassonetto?” Potremmo anche aggiungere, pensando alla fecondazione eterologa e alla donazione degli oociti e degli spermatozoi: se passa questo principio in quanti vorranno donare oociti e spermatozoi, pensando al diritto del bambino a conoscere i propri genitori biologici? Questo non comprometterà ulteriormente la già scarna propensione a donare? Forse, il rischio c’è, ma va risolto sul piano della formazione e della informazione, con una operazione culturale che restituisce alla maternità e al diritto alla vita una pienezza di significato.

Ma il ddl in questione in questo caso specifico non riesce ad essere chiaro e coraggioso fino in fondo e affronta questo ostacolo rimandando la decisione finale al tribunale dei minori. Inserisce infatti un comma, il 7 bis, in cui prevede che il tribunale dei minorenni possa contattare, attraverso i servizi sociali, la madre chiedendole di revocare l’anonimato scelto a suo tempo come condizione vincolante per dare la vita al bambino e darlo quindi in adozione. In questo modo crea un percorso così farraginoso che rende scarsamente esigibile il diritto del bambino a sapere chi era sua madre e ancor più faticoso poter risalire fino a suo padre. E il diritto a sapere diventa un diritto debolissimo rispetto al diritto a non dire e a non far sapere. 


COMMENTI
03/12/2014 - Summum jus summa iniuria (Luigi PATRINI)

La riflessione di Paola Binetti è una significativa applicazione del principio "Summum jus,summa iniuria": è bello vedere che la "ragione" stessa, se intesa nel suo senso più completo e ampio, suggerisce di lasciare fuori da queste questioni i Magistrati. Dove il buon senso e l'attenzione all'affettività sono presi in seria considerazione, lo spazio per le norme fredde e implacabili della legge deve essere ridotto il più possibile.