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SCENARIO/ Le tre sconfitte di Renzi che preparano l'arrivo della troika

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

L'elenco delle sconfitte è presto fatto. 1. La Mogherini, contrariamente a quel che ha raccontato Renzi, non è il "numero due" della Commissione e su ciò che interessa l'Italia non conta nulla. Inoltre il suo esordio come Lady Pesc in Medio Oriente è stato un disastro: con la formula "Gerusalemme capitale di due Stati" ha riscosso il plauso di Hamas, ma ha rotto con Israele azzerando in partenza un ruolo di mediazione dell'Unione europea. Di conseguenza Juncker ha richiamato il suo predecessore, Catherine Ashton, per affiancare (e di fatto sostituire) la Mogherini nelle trattative con l'Iran quando ci sono gli incontri tra ministri degli Esteri.

2. Il piano di investimenti da 300 miliardi che Renzi ha detto di aver imposto è un'ipotesi che vede lo stanziamento solo di 21 miliardi (16 tra Parlamento e Commissione più 5 della Bei). Dato che si era detto da mesi che doveva essere di 300, la soluzione degli "euroburocrati" vantata da Renzi è consistita nella semplice moltiplicazione per 15 immaginando che gli altri 280 arriveranno dai privati. Su che base? 

3. "Il tempo delle maestrine è finito" aveva proclamato Renzi a Strasburgo all'esordio della sua presidenza che ora conclude invitando Angela Merkel a gennaio a Roma nella speranza che ci aiuti in vista dell'"esame di riparazione" che avremo a marzo con la Commissione di Bruxelles.

Evidentemente il tempo non sembra giocare a favore di Renzi.

E' in questo quadro che si delinea lo scontro per il Quirinale. L'ex sindaco di Firenze ha assoluto bisogno di un presidente di "serie B" che lo emancipi dal regime di "coabitazione" impostogli da Napolitano. Infatti nella tabella di marcia di Renzi prima c'era il Parlamento rinnovato e poi l'elezione presidenziale con una platea a maggioranza renziana grazie ad una nuova legge maggioritaria. Il pericolo per Renzi è un presidente della Repubblica di una qualche autorità e quindi un po' autonomo, non "amico" e cioè che nei prossimi mesi, nel caso di crisi per elezioni anticipate, possa esercitare le sue prerogative costituzionali nominando un governo elettorale "di garanzia" ovvero non più guidato da Renzi; giunto a Palazzo Chigi — non dimentichiamolo — con il voto della direzione di un partito.



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