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RENZI E NAPOLITANO/ Storia di fughe, ritirate e cannoneggiamenti

Pubblicazione:martedì 11 febbraio 2014

Matteo Renzi con Giorgio Napolitano (Infophoto) Matteo Renzi con Giorgio Napolitano (Infophoto)

Non so se avete mai visto nelle corse di ciclismo, quando le grandi squadre non hanno voglia di assumere il controllo della corsa e prendono bene il fatto che in fuga ci siano degli uomini non interessati alla vittoria finale. Adriano De Zan diceva che “li tengono lì”, a fotografare quella situazione in cui la fuga sarebbe di fatto già neutralizzata, ma – appunto – le grandi squadre rinunciano a fare l’ultimo sforzo perché, al momento, a loro va bene così: tenerli a tiro così da poterli riprendere in ogni momento, ma non ora.

L’immagine ricorda quella del governo guidato da Enrico Letta. La sua compagine in “fuga” a Palazzo Chigi nessuno la va a riprendere perché un minuto dopo ci si dovrebbe mettere a pedalare. E la guida della corsa toccherebbe alla squadra della maglia rosa, ossia il Pd, partito di maggioranza relativa. Nell’esigenza dei giornali di uscire quotidianamente si è andati avanti per qualche giorno sulla possibilità di una staffetta Letta-Renzi alla guida del governo, ma solo chi non conosce o non ha capito come ragiona il segretario del Pd ha pensato possibile una sua assunzione di responsabilità in un regime di incertezza sul sostegno parlamentare e soprattutto in assenza di un’investitura popolare, col rischio di bruciarsi.

Ma ora, ecco lo stesso Renzi sgombrare il campo dai dubbi: “Andare al governo senza voto non conviene”, dice. Giusto. Ma siccome un governo serve comunque, tanto più in un momento come questo in cui ci sono risposte urgenti e drammatiche da dare, qualcuno deve pur farlo.

Non è bella questa situazione, è bene dirlo con chiarezza. Non è serio, non è responsabile che questo governo, che pure sta tenendo botta in qualche modo fra mille difficoltà, tenendoci al riparo da guai maggiori che speriamo di non vedere mai, sia e resti figlio di nessuno. Intendiamoci: è più facile, da un lato e dall’altro, fare bella figura con i rispettivi elettorati restando svincolati dagli obblighi di bilancio e dagli angusti e odiosi vincoli europei. Gli uni a bearsi dell’abolizione dell’Imu: una tassa non amata, come tutte le tasse, ma certo non la più incomprensibile e strampalata, che anzi con opportuni correttivi poteva anche funzionare, modulandola sui carichi familiari più che sul reddito, che sappiamo essere un indizio quanto mai fallace in Italia. Gli altri, il Pd, invece a esibire piani (come il job act) in concorrenza sleale col governo, potendosi dall’esterno elaborare piani perfetti senza dover spiegare con chiarezza dove si pensa di reperire le risorse. Troppo facile così, raccontare ognuno il proprio libro dei sogni lasciando ai malcapitati ministri il compito di governare sul serio. Con il problema di non poter promettere la luna anche per il venir meno di una delle più cospicue entrate certe su cui aveva potuto contare il precedente esecutivo di Monti. 


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