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SCENARIO/ La prima Repubblica di Renzi dà l'assalto all'Italia

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Enrico Letta (Infophoto)  Enrico Letta (Infophoto)

Altro che terza Repubblica, qui sembra di essere ripiombati nel bel mezzo della prima. Più che la staffetta (riuscita) fra Prodi e D'Alema, lo scontro in atto fra Letta e Renzi a molti sembra ricordare un'altra staffetta (mancata), quella fra Bettino Craxi e Ciriaco de Mita. Anni Ottanta, un millennio fa. Eppure i punti di contatto ci sono: un premier che non ha intenzione di farsi da parte, un rampante che – come il leader Dc – cerca di cumulare il doppio incarico, capo del governo e capo del partito di maggioranza relativa, con il Pd nel ruolo di nuova Balena Bianca. E poi una crisi di governo tutta extraparlamentare, con un scontro fra correnti democratiche assai somigliante a quelli che si svolgevano a Piazza del Gesù.

In fondo Letta e Renzi sono gli ultimi allievi dei politici democristiani, e qualcosa da loro devono aver imparato. Questo è certamente vero per il presidente del Consiglio, che ha incassato per settimane i colpi del suo sfidante, per poi partire con una controffensiva tanto inattesa quanto forse disperata. Potrebbe aver reagito troppo tardi, Enrico Letta. Eppure il suo categorico: "Chi vuole il mio posto lo dica" ha riaperto la partita, e a meno di mediazioni a Renzi non resteranno che due scelte: abbozzare, facendo un passo indietro, oppure andare a una lacerante conta dentro la direzione del Pd. In entrambe i casi rischia di uscirne ridimensionato, anche se gli riuscisse di approdare a Palazzo Chigi.

Letta si è autodefinito uomo delle istituzioni, ha chiesto di portare alla luce del sole la crisi di un governo non votato dagli elettori che potrebbe essere sostituito da un altro della stessa natura, il terzo di una serie aperta da Monti nel 2011. Uno stato di cose che fa dire a Giovanni Toti, nuovo pupillo del Cavaliere, che l'ultimo governo legittimato dal voto popolare rimane quello di Berlusconi 2008. Di sicuro ha rifiutato tutte le sirene che gli ipotizzavano onorevoli vie di fuga come il dicastero degli Esteri, oppure – fra sei mesi – il posto di commissario europeo. Nessun piano B, insomma.

Al termine di una giornata convulsa, un renziano di ferro come Ernesto Carbone accusa apertamente il premier di voler esclusivamente tirare a campare e di essere il responsabile dello stallo delle riforme. Sembra di sentire esponenti di partiti diversi, invece tutto si gioca all'interno del Partito democratico. 

Nel programma per il rilancio dell'azione dell'esecutivo, che Letta presenta dopo il colloquio con Renzi, titoli impegnativi, come lavoro, formazione, fisco, amministrazione pubblica, impresa, investimenti, territorio, cultura e turismo, legalità e innovazione. 



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COMMENTI
13/02/2014 - Finalmente (Ivio Nicola Marongiu)

era ora: da tempo mi aspettavo che dal seno generoso del PD uscisse la via della rigenerazione del paese e mi aspettavo che venisse da Letta. Sembra che questa attesa, delusa da troppo tempo, si stia avviando ad essere realizzata. Letta è un democristiano doc non un democristianuccio alla De Mita. Letta è un cavallo di razza, tipo Fanfani o Moro. Oggi ha cacciato gli attributi e, contro ogni speranza e calcolo, si pone davanti al Paese, non solo davanti al PD, come alternativa (ancora tutto da costruire e svelare) al presuntuoso e fanfarone ragazzo fiorentino. Saprà essere all'altezza del compito? Sono convinto di sì, altrimenti dopo un fallimentare governicchio Renzi-Berlusconi (nell'ambigua forma di separati in casa per motivi fiscali), non ci resterà che piangere... sulla spalla di Grillo.