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GOVERNO RENZI/ Il giurista: troppi "extraparlamentari", sistema a rischio

Pubblicazione:venerdì 14 febbraio 2014

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La direzione del Pd ha fatto chiarezza: su richiesta del segretario Renzi ha sfiduciato il presidente del Consiglio che così è obbligato, secondo i classici principi del regime parlamentare, a rassegnare le dimissioni. Alcune forze di opposizione chiedono la parlamentarizzazione della crisi di governo. Ma sbagliano: le ragioni della crisi sono autoevidenti e riposano sul documento votato quasi all'unanimità dal partito di maggioranza relativa. Non si vede alcuna ragione di ordine costituzionale per obbligare Letta ad un umiliante passaggio parlamentare. Nessun beneficio ne verrebbe né per le istituzioni parlamentari, né per il capo dello Stato, né per l'opinione pubblica, tutti ormai del tutto consapevoli di chi sia responsabile della crisi di governo. 

La crisi sarà breve? È probabile che Renzi sarà rapidamente incaricato di formare il Governo, e, se riuscirà nell'intento di tenere ferma l'attuale coalizione di maggioranza, è possibile che sciolga altrettanto presto la riserva e presenti al capo dello Stato la lista dei ministri. Che il governo prossimo venturo possa godere di condizioni migliori di quelle sopportate dal precedente, è una scommessa. Forse, la strada delle elezioni anticipate e, a ruota, della rinnovo della presidenza della Repubblica, si è fatta più semplice. Un qualunque incidente parlamentare, così come il sempre più difficile incedere delle riforme – in specie di quella elettorale – potrà condurre alle elezioni anticipate, pubblicamente osteggiate dai più, ma considerate ormai inevitabili da molti, tanto più alla luce delle prossime elezioni europee. 

Il sistema proporzionale derivante dalla sentenza della Corte costituzionale diventa allora una chiara misura di salvaguardia; tra l'altro, consente di evitare i rischi di quel doppio turno di coalizione immaginato nell'Italicum, che, secondo alcuni scenari, potrebbe incoronare definitivamente il movimento di Grillo, portandolo sino al vertice delle istituzioni parlamentari, e chissà, della stessa Repubblica.   

Questa vicenda insegna che la nostra forma di governo parlamentare ha risorse inaspettate, e soprattutto, che nella Repubblica italiana disegnata dalla Costituzione il presidente del Consiglio non è un Primo ministro. La differenza non è soltanto terminologica, è una questione di legittimazione e di potere. Anche se presenta un "piano Italia" in zona Cesarini, e fa pubblico cenno a presunti complotti di palazzo, non dispone di alcuna autonoma legittimazione al di fuori e senza il sostegno delle forze politiche di maggioranza; e non è titolare di un suo potere di indirizzo politico in assenza del consenso dei suoi ministri e dell'appoggio della maggioranza parlamentare.

In tutto ciò il ruolo del capo dello Stato appare oggi defilato. Ha atteso le decisioni del Pd, e sta attendendo le volontà che saranno espresse dai rappresentanti dei partiti nel corso delle prossime consultazioni. 


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COMMENTI
15/02/2014 - Tot capita tot sententiae (Franco Labella)

Gentile professore, come ben sa nel mondo del diritto ci sono posizioni diverse. Da un antico Maranini ad una più recente Carlassare ci sono giuristi che hanno opinioni diverse sulla parlamentarizzazione della crisi anche se la dottrina prevalente è, lo riconosco, di altro orientamento. Mi limito infine ad osservare che la Direzionale nazionale del PD, se ha ancora un senso la vigenza dell'art. 67 che vieta il mandato imperativo, è un organo diverso rispetto ai gruppi parlamentari di quel partito non fosse altro che per un dato politologico: la prima è l'esito di un congresso che si è tenuto dopo la elezione dei componenti dei secondi. Ci fosse stata una pronunzia dei gruppi, probabilmente, si sarebbe potuto ben più efficacemente sostenere la non necessità del passaggio parlamentare anche se ho il fondato sospetto che, magari, in quell'ambito di decisione i dissenzienti sarebbero stati ben più di 16. La ringrazio comunque per l'attenzione e la risposta ed auspico si faccia anche lei interprete della necessità di reinserire lo studio del Diritto nelle scuole. Così magari ragionamenti e discussioni come queste potrebbero coinvolgere più facilmente gli inconsapevoli cittadini. Non crede?

 
14/02/2014 - Salerno non vede le ragioni? (Franco Labella)

Umiliazione parlamentare? Classici principi del regime parlamentare? Ma il Nazareno non mi pare sia un terzo ramo del Parlamento! O forse è stato abrogato l'art. 94 e non ce ne siamo accorti? Ancora una volta deve prevalere la c.d. Costituzione materiale? E questo lo scrive un docente universitario di Istituzioni di Diritto pubblico? Quindi Ciampi quando "parlamentarizzò" la crisi del governo D'Alema era un simpatico nostalgico di una Carta rottamata? Ora capisco perché non serve più far studiare il Diritto a scuola. Giusto stamattina in classe mi hanno chiesto perchè Letta si dimette senza sfiducia… Viene il prof. Salerno a spiegarlo? Io non so farlo… Come non saprei spiegare perchè un ex-ministro di nome Gelmini oggi strepiti tanto di Costituzione violata… E' la stessa che ha deciso di non farla studiare più e se uno legge l'articolo del prof. Salerno si convincerà che è una scelta giusta....

RISPOSTA:

Gent.le lettore, ringraziandola per le sue osservazioni, le rispondo con una qualche sintesi ma spero con chiarezza. La Costituzione vigente (quella risultante dal testo scritto, per intenderci, non quella che si definisce "materiale") non prescrive in alcun modo la cd. parlamentarizzazione delle crisi di governo; per di più non disciplina espressamente la fase che precede la nomina del Presidente del Consiglio da parte del Capo dello Stato. Dunque, si lasciano per lo più alla prassi le modalità ovvero le regole di comportamento da seguire dopo la presentazioni delle dimissioni del governo. Questa fase è solo per alcuni specifici aspetti regolata dalla legge o dai regolamenti parlamentari, ma in ogni caso la cd. parlamentarizzazione non è imposta da alcuna norma. Si tratta dunque di una modalità di comportamento che talvolta è stata richiesta - in pochi casi in realtà - dal Presidente della Repubblica, o per giungere ad un voto espresso delle Camere oppure - e così è avvenuto nella maggior parte delle volte - per consentire una ulteriore fase di discussione all'interno delle Camere in modo da far assumere al Governo una decisione definitiva sulle proprie dimissioni. Va aggiunto che nella quasi totalità dei casi nella storia repubblicana le crisi di governo sono avvenute nella forma cd. "extraparlamentare", come dimostrano anche gli ultimi due casi verificatisi. Dunque, nulla di incostituzionale nel fatto che il Capo dello Stato non abbia richiesto la parlamentarizzazione della crisi dell'attuale Governo. Diversamente, la discussione e il voto parlamentare vi sarebbero stati se il Governo stesso, prima di decidere per le dimissioni, avesse posto la questione di fiducia (istituto non previsto dalla Costituzione, ma dai regolamenti parlamentari) su un documento parlamentare volto a confermare il rapporto fiduciario. O se le opposizioni avessero presentato una mozione di sfiducia ai sensi dell'art. 94, comma 2, Cost. Ma nessuno di questi eventi si è verificato. Insomma, vi sono modi e mezzi per coinvolgere il Parlamento in questa fase, ma nessuno di quelli previsti dalle norme costituzionali (o regolamentari) è stato attivato, né dal Governo, né dalle opposizioni. GS