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SCISSIONE 5 STELLE/ 1. Il doppio errore di Casaleggio e Beppe Grillo

Protesta di M5S davanti a Montecitorio (Infophoto) Protesta di M5S davanti a Montecitorio (Infophoto)

Si sono evitate infiltrazioni da parte di arrivisti, si è portato in Parlamento un pattuglione numeroso, ma incapace di incidere sulle istituzioni, al di là di battaglie di superficie come la riduzione dei costi della politica. Battaglia meritoria, ma dalla portata limitatissima sui conti pubblici.

Il secondo nodo che viene al pettine è la totale assenza di democrazia interna, come hanno lamentato molti degli espulsi (e degli espellendi): tutte le decisioni vengono prese dal duo Grillo-Casaleggio e trasmesse attraverso i due proconsoli per la comunicazione, Claudio Messora al Senato e Nicola Biondo alla Camera. La linea politica la decidono loro, non gli eletti. E dal momento che a palazzo Madama si è acceso uno scontro assai più sanguinoso rispetto a Montecitorio, con la metà dei componenti del gruppo (54 a inizio legislatura contro i 107 deputati), tutto fa pensare che il protagonismo di Messora ci abbia messo del suo nell'esasperare il clima. L'episodio di un falco come Giarrusso che denuncia due mozioni di sfiducia presentate a suo nome senza consultarlo è esemplare.

Difficile oggi capire se si potrà costituire un contenitore che raccolga i fuoriusciti, gli indizi fanno propendere per l'ipotesi opposta. Mancano leader, strutture e spazio politico. Grillo appare ancora troppo forte nel presidiare con metodi autoritari un Movimento che detiene ancora il (quasi) monopolio del dissenso e dell'antipolitica. Ma la scissione del 26 febbraio impone al Movimento un profondo esame di coscienza, sia sulle proprie regole interne, sia sulla strategia di rifiutare qualunque accordo con i partiti tradizionali. Un esame di coscienza da condurre in fretta, prima che gli elettori si accorgano del pasticcio e provvedano con il voto, magari alle europee di fine maggio, a ridimensionare ambizioni eccessive.

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