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SCENARIO/ Il giurista: ecco cosa non va nella "riforma" Renzi

Pubblicazione:giovedì 6 febbraio 2014

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I commenti critici mossi da alcuni lettori al mio articolo pubblicato su ilsussidiario.net dello scorso 27 gennaio, offrono l'occasione per meglio riflettere sul punto cruciale dell'intero dibattito politico-istituzionale riguardante il patto Renzi-Berlusconi. Dibattito che non è riducibile a una mera problematica d'ingegneria istituzionale (composizione e ruolo degli organi di democrazia politica e territoriale), interessando, piuttosto, il tipo di democrazia cui è destinato il Paese e, dunque, le ragioni e le possibilità dello stare insieme.

Nell'articolo evidenziavo gli effetti distorti di un sistema elettorale politicamente antistorico e costituzionalmente dubbio. Esso, per un verso, vuole ripristinare un bipolarismo già rivelatosi fallimentare e oramai superato dagli eventi, posto che le ultime elezioni hanno registrato l'esistenza di tre blocchi quasi paritetici, oltreché di un quarto partito e di ulteriori forze minori; il tutto, a non considerare che il primo vero partito nazionale è quello degli astenuti, il cui numero ammonta a un quarto del totale degli elettori. Per altro verso, detto sistema intende conseguire un tale risultato sia rafforzando oltre ogni limite il potere decisionale della leadership del partito vincitore (il cui premio di maggioranza può addirittura raddoppiare i voti ottenuti), sia svuotando di contenuto la libera scelta dell'elettore, la responsabilità politica dei parlamentari e, in definitiva, il ruolo degli organi di rappresentanza politica e territoriale. Non è un caso che dietro gli insopportabili proclami mediatici sulle magnifiche sorti e progressive derivanti dalle riforme di bicameralismo, titolo V e sistema elettorale, si celi la sostanziale vanificazione degli organi coinvolti: il Senato delle autonomie, privato di autonoma configurazione e reso ontologicamente succube delle irrisolte tensioni fra regionalismo e municipalismo; le regioni, definite solo in negativo e destinate alla gestione decentrata di una politica centralistica. Di qui la conclusione: non c'è nulla da attendersi da una riforma che opera per sottrazione, che limita il ruolo degli elettori, dei parlamentari e degli organi di rappresentanza, espropriandoli della funzione costituzionale del controllo politico (quello giuridico è stato già ridotto!).

Nello spazio dei commenti, tuttavia, mi è stato sostanzialmente obiettato che l'eliminazione delle regioni non nuocerebbe al pluralismo democratico e che, anzi, faciliterebbe il risanamento politico ed economico, ponendo fine alle storture e agli sprechi dei trascorsi decenni. 

L'obiezione concerne la sola questione delle regioni. E tuttavia, ferma restando la libertà di giudizio di ciascuno, essa coglie il punto cruciale della vicenda. Portando alle estreme conseguenze quanto obiettato, verrebbe da dire che una riforma per sottrazione qual è quella in cantiere, ben si attaglia alle pari esigenze rinunciatarie di una popolazione defraudata del proprio benessere sociale e dell'agibilità delle proprie ambizioni politiche; e ciò, paradossalmente, a tutto vantaggio degli artefici di un tale stato d'indigenza democratica.


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