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LEGHISMI/ Galli: enti locali (e Senato), con Renzi e Delrio moriremo di statalismo

Pubblicazione:lunedì 10 marzo 2014

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La trasformazione del Senato della Repubblica nella Camera delle Autonomie deve tuttavia fare i conti con un istituto giuridico irrevocabile, quello del regionalismo differenziato. Bisogna infatti prendere atto che esistono due tipologie di regioni e a queste occorre riconoscere adeguata rappresentanza. Un metodo potrebbe essere quello di attribuire alle regioni a Statuto speciale una rappresentanza fissa, sul modello americano o svizzero, poiché si tratta di rappresentare la “categoria”. Alle regioni a Statuto ordinario si potrebbe riconoscere una rappresentanza sul modello Bundesrat, proporzionale al numero degli abitanti.

Questo modello – per la verità piuttosto originale – dovrebbe essere adottato con due avvertenze. Anzitutto il numero complessivo dei deputati della Camera delle Autonomie. Proprio l’esperienza istituzionale del Bundesrat è indicativa in quanto la camera di rappresentanza territoriale tedesca “funziona” con una settantina di deputati. In tempi di taglio dei costi della politica si potrebbe allora pensare a un massimo di ottanta deputati. Oltretutto, essendo i deputati espressione dei Consigli regionali, la loro retribuzione sarebbe coperta all’origine; le sole indennità integrative sarebbero da riconoscere solo all’esiguo numero dei sindaci. Si configura così una Camera delle Autonomie molto prossima a un costo zero per le tasche del contribuente.

La seconda considerazione implica i necessari accorpamenti tra regioni che sarebbe opportuno promuovere. Affinchè la Camera delle Autonomie sia un’istituzione funzionale è infatti opportuno che il cleavage tra lo Stato centrale e le istituzioni periferiche si configuri come un rapporto con realtà istituzionali pressoché omogenee. Levate le regioni a Statuto speciale e pure la Lombardia, che con i suoi quasi 10 milioni di abitanti costituisce un’anomalia, è necessario accorpare una parte delle attuali regioni per dare vita a corpi istituzionali omogenei, attorno ai sei milioni di abitanti.

Sotto il profilo dei poteri, la Camera delle Autonomie deve compartecipare alla gestione della sovranità con lo Stato; quindi non dovrebbe esprimere la fiducia al governo, dovrebbe intervenire solo in ordine agli affari di stretta competenza regionale ovvero a quelli relativi al sistema delle autonomie locali ed essere convocata solo quando serve, almeno una volta al mese. Una volta definito il profilo della Camera delle Autonomie sarebbe opportuno mettere mano al Titolo V della Costituzione repubblicana. Con una premessa: quella di costituzionalizzare, nell’articolo 5, la Repubblica delle Autonomie così come si profila almeno a partire dalla riforma del 2001.

Nel merito poi del Titolo V, bisogna semplificare l’accesso alla “geometria variabile” prevista dall’articolo 116 della Costituzione, individuando dei livelli di virtuosità (per esempio: quota del Pil, residuo fiscale, costi standard) al di sopra dei quali il trasferimento delle materie dallo Stato alle Regioni diventa automatico, ferma restando la possibilità dello Stato di ricorrere contro il trasferimento ovvero alle regioni di rinunciare a gestirle, e comunque prevedendo magari un periodo di sperimentazione. Si porrebbe così fine a quell’estenuante negoziato che ha caratterizzato l’applicazione dell’attuale terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione; negoziato che, nel corso dell’ultimo decennio, non ha mai portato a risultati concreti per quelle regioni – per esempio la Lombardia – che hanno chiesto allo Stato l’applicazione del regionalismo a “geometria variabile”.


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