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RENZI-PENSIERO/ Cosa guida le scelte di governo?

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Il successo di Renzi è stato legato finora soprattutto alla sua azione di “rottamatore”. Ha interpretato, infatti, il risentimento contro la casta inamovibile, contro un gruppo dirigente – quello del Pd - eternamente sconfitto, contro il versante politico della gerontocrazia diffusa in Italia. La sua azione ha avuto riflessi anche sul piano delle culture politiche. Non si può dire che le abbia assunte esplicitamente come oggetti da rottamare. Ma ha mostrato di essere un pragmatico cui ideologie, tradizioni e identità politiche interessano poco: non stupisce, perciò, che tra gli effetti della sua azione ci sia anche la loro rottamazione. Si colloca in tale contesto l’apparente contraddizione per cui il liquidatore degli ex comunisti è anche colui che, senza esitazioni, ha portato il Pd nell’eurogruppo socialdemocratico, dopo anni di estenuanti discussioni. Sin dalla fondazione di questo partito, infatti, gli ex popolari si sono opposti ad una scelta che spegne, almeno simbolicamente, la loro tradizione e la loro identità. Questa volta, invece, la decisione è stata presa con un solo voto contrario: ciò significa che anche gli ex-popolari non si sono opposti. Sembra così allontanarsi il rischio che ha sempre suscitato tanta paura negli ex comunisti: quello di morire democristiani. Renzi, infatti, ha radici democristiane ed è un ex popolare. Ma non fa nulla per richiamare queste radici o per rilanciare quest’identità politica. Permangono indubbiamente in lui elementi della cultura da cui proviene. Durante il suo viaggio a Tunisi, ad esempio, non ha solo parlato del Mediterraneo: ne ha anche richiamato valori e cultura, con accenti di sapore lapiriano. Ma la sua cultura personale non sembra determinarne le scelte concrete, incidere in modo significativo sulla sua proposta politica e costituire un elemento di identità per coloro che lo seguono né, tantomeno, per l’intero Pd.

Renzi è dunque anche un rottamatore di culture politiche, in particolare di quella ex-democristiana e di quella ex-comunista, di quella popolare e di quella diessina. Al centro del suo disegno, infatti, c’è altro e anzitutto la realizzazione di un solido bipolarismo che egli vorrebbe si trasformasse addirittura in un sostanziale bipartitismo. Nella sua visione, dunque, l’alternativa tra i due poli Destra e Sinistra è cruciale. Importanza molto minore sembrano, invece, avere le identità politiche di questi poli o di questi partiti: ciò che conta veramente è che siano due, in concorrenza tra loro per garantire l’alternanza alla guida del governo. E per raggiungere tal fine più i due soggetti sono ideologicamente scoloriti, meglio è. L’alternanza alla guida del governo, infatti presuppone che al ricambio del personale politico non si accompagni un cambiamento delle linee di fondo della politica nazionale. Indubbiamente, egli riflette lo spirito del tempo. Nella Prima Repubblica, sarebbe stato sottolineato polemicamente che il suo è un governo di sinistra che fa una politica di destra, mentre oggi la sostanziale continuità di obiettivi rispetto a Monti e Letta – pur con la rivendicazione di una radicale discontinuità riguardo a tempi e modi – scandalizza pochi.


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