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SCENARIO/ Il futuro del centro-destra, l’alchimista e il coraggio

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L’Italicum è dunque “benedetto da molto lontano” e ha una significativa forza di trazione, originata dallo speculare interesse delle due forze maggiori a non far nascere alcun filo d’erba, il Pd alla sua sinistra, e Forza Italia nel seno del suo elettorato. Non a caso, le vere pietre angolari del nuovo sistema di voto (più delle liste bloccate), sono le due soglie dell’8% e del 12% (per i partiti non coalizzati) definite da Roberto D’alimonte (lo “zio” se non il padre dell’Italicum come ha egli stesso dichiarato) “irragionevoli” e “complicate”. Se cedono queste viene giù tutto, per il semplice motivo che da una parte Renzi vede all’orizzonte una Tsipras “de noartri”, oggi accreditata per le prossime europee già sopra il 6%. Dall’altra Berlusconi, con quella soglia, si gioca molto della sua sopravvivenza in politica. Se veramente nascesse un nuovo partito a vocazione maggioritaria, alternativo al centro-sinistra e che decida di non allearsi con Forza Italia, non sarebbero in gioco solo le prossime elezioni. Sarebbe in gioco, nel medio periodo, la destrutturazione del centrodestra degli ultimi vent’anni con effetti slavina, per un partito sovrapponibile al suo leader di quasi 80 anni e di cui si rincorrono voci di successione “interna” nei tempi dati, difficilmente prevedibili. È bene pertanto che gli Alfanoidi, i Mauroidi, i Passeroidi e gli altri non si facciano soverchie illusioni al Senato sulle dette soglie. Lì l’italicum o passa così (salvo limature insignificanti), grazie al voto palese, o va in frantumi. Insieme al poco di credibilità restante al sistema politico.

Dunque il paesaggio politico italiano, post italicum, sembra già disegnato. E tuttavia ciò non dovrebbe costituire un lavacro alle responsabilità di coloro che lo subiscono passivamente nell’attesa di morire berlusconiani (Casini) o socialdemocratici (quello che resta di Scelta Civica), o morire e basta esercitandosi nel piccolo cabotaggio politico, la via più breve all’estinzione (altri). Se non si è capaci di mettere in piedi un progetto che serva al Paese d’altronde è meglio così. Solo un progetto di grande respiro, che superi i limiti delle singole iniziative, incardinato nell’alveo del popolarismo europeo, ma che in questa fase di radicale rigetto della politica tradizionale si immerga nel meglio della società italiana, e si liberi di una immagine di partito che nasce vecchio, da materiale di risulta dell’esistente, o peggio, con venature necrofile che puntano a improbabili palingenesi democristiane, avrà speranza di vita. Almeno nel lungo periodo. Ma rinnovare dalle fondamenta l’altra metà del cielo politico, superando la forma del partito azienda, fare evolvere l’intero assetto dell’alternanza verso più mature configurazioni europee, liberare forze e idee fresche in un nuovo contenitore democratico, non è forse interesse strutturale del Paese? 

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