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SCENARIO/ 2. In balia del nuovo (dis)ordine mondiale

Vladimir Putin (S) con Van Rompuy e Barroso (Infophoto) Vladimir Putin (S) con Van Rompuy e Barroso (Infophoto)

Terminò in tal modo quel mondo che Lukianov descrive magistralmente: «L’essenza del “Concerto delle nazioni”, convocato dopo Vienna, consisteva […] nel fatto che le grandi potenze, in caso di contrasti, erano in ogni caso in grado di ristabilire l’equilibrio mediante la via diplomatica. Al termine di ogni crisi, i rapporti tra gli attori chiave venivano “precisati” e le condizioni dell’equilibrio “aggiustate”. Fu quello che successe nel 1856 al Congresso di Parigi (dopo la Guerra di Crimea), nel 1871 alla Conferenza di Londra (dopo la Guerra franco-prussiana), e nel 1878 al Congresso di Berlino (dopo la Guerra russo-turca)». La Prima guerra mondiale, come ho già detto, sgretolò il sistema imperiale che rendeva il controllo, più che il dominio, del mondo possibile.

Christopher Clark, nel suo The Sleepwalker: How Europe Went to War, pubblicato da Allen Lane nel 2013 (si veda la bellissima recensione di Thomas Laqueur, sulla “London Review of Books”), ci offre forse la più interessante chiave di lettura storiografica di un evento che non può non costituire un fondamentale punto di riferimento comparativo per i nostri attuali dilemma conoscitivi. Nel tempo prodromico allo scoppio del conflitto, la Germania aveva, per il grande gioco di potenza dell’epoca, sostituito la Russia come nemico principale, per la minaccia che quest’ ultima costituiva nei confronti degli interessi inglesi in India e nell’Asia Centrale. Di lì un processo che diede vita alla trasformazione di un ordine mondiale fondato non più su accordi diplomatico-militari di lungo termine, ma su alleanze episodiche (“short term adjustments”) spesso fondate su presupposti giusti, ma di cui non si colsero immediatamente le conseguenze future.

La sconfitta russa nei confronti del Giappone nella guerra del 1905, per esempio, aveva fatto sì che l’interesse preminente della Russia - che si vedeva così sbarrato ogni disegno di domino assoluto in Asia - fosse divenuta l’Europa, tramite il dominio da assicurarsi sui Balcani. Di qui il conflitto con la Germania, che si avviava a rivaleggiare anche con gli Usa per il dominio mondiale su scala militare. E tutto ciò mentre in Europa la cuspide del potere si raggrumava attorno a figure di imperatori fortemente orientati all’esercizio del potere mondiale per via militare anziché diplomatica, com’era stato in passato. La catastrofe non poteva che avvicinarsi sempre più, come in effetti accadde. Il secolare conflitto franco-tedesco, mai sedato dopo Sedan, fece il resto. Dalla periferia balcanica al centro continentale europeo le armi avevano sostituito la diplomazia e la guerra era inevitabile. È lo stesso scenario che s’intravede oggi.

Il secolo che si è appena chiuso alle nostre spalle inizia di fatto con la fine della Seconda guerra mondiale: quello precedente, come ci insegnò Arno Mayer, si prolungò sino al 1918 e gli anni tra le due guerre mondiali altro non furono che la terra di nessuno tra due secoli profondamente diversi e con una soluzione di continuità profondissima: la Rivoluzione russa e l’emersione definitiva degli Usa come potenza dominante in un mondo da ricostruire dalle fondamenta sia al centro che alla periferia. È questa ricostruzione con una leadership indiscussa che è terminata. Il crollo dell’Urss è stata un’illusione per coloro che credevano ch’essa, quella ricostruzione, potesse continuare come in passato. Come spesso si dice giustamente, ora gli Usa sono tanto grandi per continuare ancora a occuparsi dei destini di tutto il mondo dal centro alla periferia, ma non così tanto da poterlo fare da soli, come prima.

«In questo contesto - cito di nuovo Lukianov - lo “spirito del XIX secolo” assomiglia in un certo senso alla città perduta di El Dorado. Tra il 1815 e il 1910, l’Europa evitò grandi scontri tra i maggiori Stati. Ciò, però, non si tradusse nella totale assenza di concorrenza spietata o di conflitti armati (basti ricordare la Guerra di Crimea, quella franco-prussiana o il conflitto russo-turco). Il “Concerto delle nazioni” cadde, nonostante tutto, in rovina, a causa di una serie di ragioni obiettive. La politica mondiale aveva smesso di essere sinonimo di politica europea. Lo sviluppo burrascoso del capitalismo, la prima ondata di globalizzazione e l’espansione coloniale avevano ampliato il terreno di gioco e aumentato la posta in gioco. Le agitazioni interne di ciascuna potenza continentale erano aumentate, il che rese ancor più complicato il mantenimento dell’equilibrio».