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EUROPA 2014/ È possibile un nuovo inizio?

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3. LA PERSONA CONDIZIONE PER L’EUROPA Esiste una via d’uscita? Sì, ed è quella di ripartire da quella posizione che ha generato l’Europa e l’Europa Unita. Gli interessi economici da soli non bastano per ripartire: occorre riscoprire «che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali» (don Carrón). Ciò che costruisce è solo un «amore al riverbero di verità che si trova in chiunque. Esso è fattore di pace, costruzione di una dimora umana, di una casa, che possa anche essere rifugio all’estrema disperazione» (don Giussani, 1995).

Il recupero di una coscienza adeguata dell’umano, di ciò che è essenziale alla realizzazione dei singoli e dei popoli, può avvenire in luoghi che risveglino l’io di ciascuno, lo educhino a un rapporto adeguato con la realtà (qualunque essa sia), gli facciano esistenzialmente percepire la centralità, unicità e sacralità di ogni persona: sono qui chiamate in gioco la bimillenaria esperienza della comunità cristiana e tutte le realtà sociali ispirate a ideali laici e religiosi. Solo una concezione dell’uomo come realtà irriducibile, «rapporto con l’infinito» (don Giussani), può mettere insieme persone diverse per etnia, estrazione sociale, cultura, religione e ideologia politica, in vista di una reale integrazione che abbatta ogni ghetto e diventi portatrice di sviluppo.

A partire da queste preoccupazioni occorre aprire un ampio dialogo su come l’UE dovrà evolvere nei prossimi anni, coinvolgendo tutti i cittadini, e soprattutto le future generazioni, che già a migliaia lasciano i loro Paesi d’origine e si sentono a casa propria ovunque vadano per studiare o lavorare.

Ciò ha un riflesso importante anche sul livello istituzionale. Nel mancato discorso all’Università La Sapienza di Roma del 2008, Benedetto XVI dichiarò di condividere il giudizio del filosofo Jürgen Habermas «quando dice che la legittimità di una carta costituzionale deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi comeun “processo di argomentazione sensibile alla verità”», cioè nella tensione continua a scoprire ogni scintilla di vero che scocca nell’incontro con l’altro. La verità, infatti, non è mai un possesso individuale da brandire come una clava contro gli altri, ma emerge nella dinamica dell’incontro umano: «La verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita» (Papa Francesco, Lettera a Eugenio Scalfari, la Repubblica, 11 settembre 2013). Questo sbaraglia il relativismo, salvando proprio ciò che il relativismo vorrebbe valorizzare: la diversità, l’alterità.

Nella misura in cui ci si appella a una esperienza non ridotta dell’uomo si può fondare la politica europea non più sullo scontro di interessi contrapposti e su un relativismo che sfocia nel nichilismo, nell’indifferenza di tutti a tutto, ma su un uso della ragione «sensibile alla verità» e su un realismo che riconosce l’altro come un bene per sé e non come una minaccia. Come scrive papa Francesco, «il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro “considerandolo come un’unica cosa con se stesso”. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Evangelii Gaudium, 199).



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