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SCENARIO/ 2. Alfano, Mauro, Fioroni: manovre (pericolose) al centro

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Mario Mauro (Infophoto)  Mario Mauro (Infophoto)

La legge elettorale arriva all’esame della Camera con un quadro ancora irto di incognite. Ma al di là dei dubbi persistenti sulla soluzione tecnica è la filosofia di fondo a vacillare. Con un interrogativo che regna sovrano su tutto: possono due partiti che rappresentano insieme a malapena il 50 per cento dei votanti (e dunque poco più di un quarto del corpo elettorale, visto che non vota ormai abitualmente circa la metà degli aventi diritto) diventare per decreto i padroni assoluti di tutta la scena politica? Perché quello è l’obiettivo, speculare, che avvicina Renzi a Berlusconi al di là dell’apertura di credito che i due hanno fatto reciprocamente l’uno verso l’altro in tempi non sospetti, fin da quando Renzi non era ancora Renzi.

Non è detto che il piano funzionerà a perfezione, se perfino uno degli ispiratori del cosiddetto Italicum, il professor Roberto D’Alimonte, ora dice che qualcosa bisogna ritoccare nelle soglie di sbarramento, essendo troppo il 5 per cento e soprattutto essendo assurdo che un partito conta “x” se apparentato e la metà se corre da solo. Ma certo il resto del mondo si è messo d’impegno per farsi imbrigliare in questo schema tendenzialmente marginalizzante dei due partiti tendenzialmente maggiori (salvo verifica delle urne, naturalmente). La pervicace ostinazione dei 5Stelle nel coltivare il loro splendido isolamento ha praticamente congelato il consenso di più del 20 per cento degli elettori condannando fatalmente il gruppo a una scissione più che prevedibile ad opera di chi non se la sente di avallare questa linea da duri e puri imposta dal comico arrabbiato.
Ma c’è un’altra ampia fetta di consenso, che si richiama a vario modo alle ragioni del popolarismo, ad essersi auto-condannata alla marginalità coltivando il germe della divisione per gelosie reciproche, opportunismi e scarsa capacità di rimettersi in gioco. Se si ha in scarsa simpatia questa area si può parlare di centro o terzo polo, quasi a volerne preconizzare la marginalità e l’irrilevanza, mentre qualunque studioso di flussi elettorali potrebbe spiegare che in questa vasta area che va da Alfano fino a Fioroni (che nel Pd non vuole entrare nel Pse) passando per i Popolari di Mario Mauro, senza escludere ampi settori più avveduti di Forza Italia, che si annida il consenso tendenzialmente maggioritario e non sufficientemente intercettato né rappresentato, del disaffezionato popolo italiano. Invece  la composizione del nuovo governo ha decretato l’ennesima lotta intestina fra gente che, in teoria, coltiva lo stesso orizzonte politico. Il Nuovo centrodestra di Alfano facendo valere la decisività del suo apporto al varo della nuova alleanza di governo, ha strappato la quasi totale riconferma della sua delegazione ( per fortuna perché almeno ministri come Maurizio Lupi mostrano di avere le idee chiare fra tanti neofiti), ma non ha mosso un dito – anzi – per evitare che ad essere penalizzato, per questo,  fosse il partito ad esso più affine dei Popolari per l’Italia.


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COMMENTI
05/03/2014 - La prossima volta vorrei vincere le elezioni (Giuseppe Crippa)

Che i principali esponenti dell’Unione di Centro, del Nuovo Centro Destra e dei Popolari Per l’Italia non siano capaci di costruire un unico partito col quale presentarsi agli elettori è davvero deludente (se non squallido): roba da far considerare la teorica possibilità (se si votasse con l’Italicum l’anno prossimo) di votare Renzi (che è tutto dire)!