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D'AMBROSIO &CO./ Il cronista di Tangentopoli: ecco perché i pm hanno scaricato Di Pietro

Antonio Di Pietro (Infophoto) Antonio Di Pietro (Infophoto)

Sì, e loro hanno preteso che la politica approvasse leggi in violazione della Costituzione, come la legge sui pentiti e dissociati. La politica ha fatto questa concessione e la magistratura ha tolto le castagne dal fuoco. Poi, quando agli inizi degli anni 90 la politica si è indebolita, la magistratura ha presentato il conto.

 

Ecco Tangentopoli.

I magistrati hanno attaccato alla giugulare: nasce Mani pulite. La corruzione c’era anche prima, ma si faceva finta di non vederla. E anche in quest’emergenza, come in passato, è stata violata la Costituzione, il codice penale e via così. Ne hanno fatte di tutti i colori. Quindi il conflitto tra i due poteri deve essere contestualizzato in questo quadro. È una magistratura che va a riscuotere, dicendo: adesso comandiamo noi. È un problema, peggiorato con l’anomalia di Berlusconi in politica, rimasto irrisolto. In più…

 

Dica.

Di Pietro si è proposto come simbolo della magistratura e viceversa. Ecco, non tutta la magistratura, ma Anm e Csm, che sono in pratica organismi politici. Lo stesso Consiglio superiore è pieno di correnti. Comunque, la magistratura non solo si è presa Di Pietro come volto, ma gli ha anche impedito di essere processato a Brescia; i condannati di Mani Pulite sono finiti in galera per molto meno. Avendolo scelto, si sono trovati costretti a difenderlo: chi è causa del suo male pianga se stesso. Oggi hanno preso le distanze? Beh, facile, ora Di Pietro non conta più niente.

 

Magistratura e politica come due barricate: chi scavalca la prima per passare alla seconda viene considerato un traditore?

Premessa. Sono tanti – troppi – i magistrati che hanno usato il clamore mediatico delle loro inchieste per far politica ancor prima d’entrarci (come Di Pietro) e poi passarci ufficialmente sperando di far carriera anche lì. È per esempio il caso di De Magistris e Ingroia, ma è successa la stessa cosa anche nell’opposto schieramento.

 

E, appunto, i loro ex colleghi cosa pensano?

Quello che dicono i loro ex colleghi è da filtrare tra quello che dicono in camera caritatis e quello che dicono in pubblico. C’è chi pensa, come Borrelli, che un magistrato non dovrebbe mai entrare in politica, però continuano a farlo. I partiti, soprattutto quelli di sinistra, non riescono proprio a farne a meno. Ma ripeto, è un problema mai affrontato davvero.  È una questione che dovrebbe essere disciplinata deontologicamente, e non con inutili leggi che qui in Italia fioccano che è un piacere. Vogliamo dire un’ultima cosa quanto mai sintomatica su queste operazioni politiche dei magistrati?

 

Prego.