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SPILLO/ I (vecchi) patrioti padani e la (nuova) questione settentrionale

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Nel frattempo gli italiani del Nord - e magari gli “italiani del Sud” infiltratisi al Nord - stanno investendo sul grande “Renzi’s rally” (copyright Credit Suisse): e poco importa se la “Borsa di Milano” è ormai gestita a Londra. Poco può interessare anche che il boom dei mercati sembri favorevolissimo – nell’immediato - ad accogliere i capitali italiani in rientro dalla Svizzera (almeno così si augura il premier Renzi, che però in teoria punta a una ripresa degli investimenti produttivi interni). Ma oltre l’angolo (forse anche un paio di angoli) possono esserci svolte imprevedibili.

L’Italia trasformata in “grande Grecia permanente” – malato lamentoso e scomodo per l’Europa germanocentrica, miniera da riscoprire per i capitali anglosassoni – resisterà alla prova? Oppure diventerà il tavolo negoziale per una ristrutturazione a medio termine dell’Europa? E l’euro a due velocità è da sempre l’unica riforma economicamente significativa e politicamente praticabile, cioè non irrealizzabile. Sarà curioso vedere allora chi, come e perché vorrà davvero “secessionare” da chi. Già oggi, in fondo, è chiaro che chi è sostanzialmente insofferente dell’euro e dei suoi vincoli è il leader Pd mentre l’elettorato delle forze di centrodestra (maggioritarie nel Nord) sfoga in esasperazioni superficialmente anti-euro, l’insofferenza di appartenere a uno Stato che – nel suo complesso - non si può permettere l’euro. Ma la Lombardia “a statuto autonomo” vorrebbe davvero essere fuori dall’euro “bavarese” e viceversa?

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