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SPILLO/ I (vecchi) patrioti padani e la (nuova) questione settentrionale

Questa Italia così scomoda per l’Europa germanocentrica è destinata a diventare il tavolo negoziale per una ristrutturazione a medio termine dell’Europa? Se lo è chiesto GIANNI CREDIT

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

Quando il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, milanese, si lascia scappare la voglia di scappare in Svizzera è trattato quasi da “gaffeur”. Quando Ilda Boccassini, procuratore aggiunto di Milano con la delega all’antimafia, si sveglia una mattina e arresta dieci manovali della ‘ndrangheta a Lecco è invece una “brillante operazione”, giustamente segnalata fra le “breaking news”: per lunghi mesi la Pm milanese si è in effetti occupata di ben altro che la lotta alla criminalità organizzata, ha lavorato giorno e notte al processo Ruby. Quando Silvio Berlusconi chiede un appuntamento al presidente Giorgio Napolitano per sottoporgli una situazione politicamente oggettiva (quella di un tre volte premier e leader dell’opposizione agli arresti domiciliari) è nulla più di un “pregiudicato”: buono tutt’al più per attizzare le critiche dei Rodotà e degli Zagrebelsky, che fanno un fascio del Quirinale e del neo-premier Matteo Renzi alla voce “traditori”. E quando il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, avanza l’ipotesi istituzionale di un referendum che entro fine anno sondi gli umori dei lombardi sull’adozione dello stesso statuto speciale riconosciuto alla Regione Sicilia, ottiene dieci righe frettolose: nessuno che s’interroghi anche soltanto sull’effetto politico della semplice partecipazione a un simile voto referendario da parte di un terzo o della metà degli abitanti della regione che produce un quarto del gettito Ires.

Tutti preferiscono sbattere in prima pagina la foto grottesca del cosiddetto “carro armato” degli irriducibili bravehart padani: certamente delusi dalla Lega, sicuramente quella di Maroni. Poco importa, in ogni caso, se fra gli arrestati di Brescia c’è il fondatore vero della Lega, anzi della Liga Veneta: Franco Rocchetta, insegnante padovano, eletto consigliere della Regione Veneto nel 1985 quasi fra le risate generali e poi senatore nel 1992. La voglia di esorcizzare il fantasma del Nord con la parodia della custodia cautelare per “detenzione di armi da guerra” è più forte della tenacia di volersi misurare con i fatti. Forse che il probabile auto-esilio all’europarlamento di Flavio Tosi, super-sindaco post-leghista di Verona, lambito da inchieste sui collaboratori, è una “buona notizia”? Lo è certo per tutti coloro che – ogni giorno – hanno bisogno di rassicurarsi sul fatto che l’Italia è solidamente, sanamente divisa fra “buoni” e “cattivi”. E i cattivi stanno sempre dalla parte sbagliata e finiscono male: magari vincono le elezioni (anzi quasi sempre), ma poi la magistratura li toglie di mezzo, “correggendo la democrazia”.