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Politica

ELEZIONI EUROPEE 2014/ Il "libro dei sogni" dei candidati

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Sulle prime si annunciava una pioggia di ben 740.000 cinguettii della rete, ma poi alla conclusione si ridimensiona il tutto a 63.000, cioè una partecipazione di circa 20.000 persone. Un vero successo! Meditate gente, meditate! L’unico punto di convergenza di tutti i candidati è stato affermare compattamente che se i governi dei 28 stati membri dell’Ue decideranno per un candidato alla presidenza della Commissione europea diverso da uno di loro, allora “la democrazia europea muore” (ma quando è mai nata?).

Certo, in un tale caso l’inutilità del Parlamento europeo sarà plateale. Ma che i signori parlamentari eletti decidano di votare contro i governi… Nessuno di costoro ha minacciato di dimettersi rinunciando a privilegi ed emolumenti… A dire il vero, almeno sul piano retorico e formale, anche su un altro punto tutti i candidati hanno riconosciuto la necessità di fare qualcosa. Sebbene con accenti diversi, tutti si sono dichiarati convinti che sia necessario promuovere (in quanto tempo?) una nuova “legislazione europea per l’immigrazione legale” (Ppe), “nuove procedure” (Verdi), “più solidarietà” (Tzipras), oppure “una politica comune” (Alde). Hanno riconosciuto che l’immigrazione illegale resterà, ma nessuno ha proposto qualcosa per gestirla civilmente. In effetti, però, Tsipras e Keller hanno scoperto l’acqua calda: riduciamo le spese militari e aumentiamo le spese per lo sviluppo nei loro paesi d’origine. Bravi!

Sul piano sostanziale, le domande presentate ai candidati erano piuttosto scontate. Che pensate dell’austerità, della disoccupazione, delle banche e della finanza, del disincanto popolare sull’idea di Europa, sul ruolo internazionale dell’Ue e in particolare sull’Ucraina, sulle richieste di indipendenza e secessione di vari popoli europei, sull’immigrazione, sulla corruzione, e su chi è colpevole per l’alto tasso di astensionismo? L’unica domanda sorprendente è stata quella sui simboli religiosi, alla quale i candidati hanno balbettato alcune ricette ben note di laicismo o di rispetto per la libertà di fede. C’è da chiedersi a cosa servisse quest’ultima domanda, in un’Europa sempre più agnostica, se non a pagare tributo a certe gerarchie, molto italiane, dell’informazione pubblica radiotelevisiva. La più tristemente esilarante è stata l’ultima domanda: qual è il vostro piano per l’Ue? Ecco le risposte: lavoro e ambiente (Verdi); nuova leadership e una prospettiva per l’economia e l’occupazione (Alde); nuova solidarietà Ue e promesse sagge (Ppe); una Ue dei popoli con più democrazia, via la Troika e più referendum, una convenzione europea sul debito (Tsipras); cittadini al primo posto (Pse).

Sulle altre domande, le risposte sono state un’elencazione dal libro dei sogni. Il più realista, perché invocava il mantenimento addolcito dello status quo, è stato il candidato del Ppe, Jean-Claude Juncker. Un gioco facile per il faustiano “professore” che ha riconosciuto, con equilibrio, le difficoltà provocate dalle politiche attuali e la necessità di apportare delle variazioni per renderle più socialmente compatibili. Ha detto che “un rigore responsabile” è imprescindibile e che lo sviluppo economico e la crescita si possono raggiungere con una “maggiore integrazione del mercato digitale europeo”. Il più arrogante è stato il belga Guy Verhostadt, del gruppo liberale (Alde), che a più riprese ha lanciato accuse velatamente razziste nei confronti dei famigerati Piigs, i paesi dell’Europa del Sud, in particolare Grecia, Italia e Spagna, e verso l’Ungheria. Inoltre, la sua unica ricetta è sempre e comunque mefistofelica: più Europa.