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IDEE/ 1. Terzo settore, una riforma che crea più impresa

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L’esistenza del profitto/utile è quindi strumentale al raggiungimento dei fini stessi dopo che comunque siano state garantite le condizioni di aziendalità dell’impresa sociale. In altri termini, l’obiettivo dell’impresa sociale stessa non è la massimizzazione assoluta del profitto e la sua distribuzione nel rispetto del vincolo di aziendalità, ma la massimizzazione relativa e funzionale del profitto, sempre nel rispetto di un equilibrio economico-finanziario a valere nel tempo.

Questo implica il coinvolgimento di individui che credono nella formula imprenditoriale non profit e, pertanto, vengono retribuiti in modo coerente rispetto ai livelli delle remunerazioni del mercato specifico dei settori in cui operano le imprese sociali (e di quelle compatibili con la fase del “ciclo di vita” dell’impresa sociale). Si devono coprire i costi di produzione “in un’ottica di utile fisiologico indispensabile per il dinamismo imprenditoriale dell’impresa sociale”.

In queste linee guida si esplicita la proposta di modifica del d.lgs.155/2006 (su iniziativa degli on.li Bobba e Lepri) che si dovrebbe concretizzare in queste modifiche:

1- le imprese sociali possono distribuire utili in misura limitata e senza istanze speculative. Questa opzione permetterebbe di attrarre capitale di rischio;

2- le cooperative sociali sono imprese sociali di diritto, senza modifiche statutarie e senza modifica della denominazione;

3- tutte le imprese sociali, di diritto, sono onlus e quindi godono del regime fiscale conseguente indipendentemente dalla forma giuridica adottata;

4- obbligatorietà del bilancio sociale con modifiche semplificative;

5- a fronte delle caratteristiche della proposta normativa inerenti le organizzazioni si sancisce l’obbligatorietà dell’assunzione dello status di impresa sociale.

Un’ulteriore proposta è quella che integra il punto 11 (“ampliamento delle categorie di lavoratori svantaggiati”) con il punto 12 (“previsione di forme limitate di remunerazione del capitale sociale”). La proposta realistica, per “dare gambe” a questi punti, è quella di applicare la formula dell’impresa sociale “ex lege” alle politiche attive nei confronti della disoccupazione. Infatti, nell’azione congiunta fra non profit, profit e pubblico, in una dimensione di “filiera sussidiaria aziendale e orizzontale”, si può intervenire, per esempio, sulle Pmi in crisi per il tramite dell’attivazione di imprese sociali non profit, intese come “rescue company”.

Con questo modello si attiva un’impresa sociale ex lege (tendenzialmente srl senza distribuzione di utili) che svolge il ruolo di holding ed è di proprietà dei dipendenti in crisi occupazionale. Questa impresa sociale sarà proprietaria di una srl tradizionale, quindi con distribuzione di utili il cui capitale è conferito dai lavoratori, fondazioni, enti pubblici, investitori privati, fondi (si veda il punto 15 “promuovere il Fondo per le imprese sociali e sostenere la rete di finanza etica”), che immettono capitali per raggiungere risultati di profitto da dividere seppur con un “pay-out ratio” basso (redditività “cappata”) attuando il punto 12 che prevede “forme limitate di remunerazione del capitale sociale”.



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