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IDEE/ 1. Terzo settore, una riforma che crea più impresa

GIORGIO FIORENTINI commenta il testo delle Linee Guida per la riforma del Terzo Settore, soffermandosi su quella inerente il “far decollare l’Impresa sociale”

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L’incipit delle Linee guida per una Riforma del Terzo Settore mi sembra già una scelta di campo nella valutazione del valore (sociale ed economico) del Terzo Settore (forse bisognerebbe incominciare a introdurre una definizione del tipo: Settore delle imprese sociali non profit, in linea con l’approccio del riconoscimento dell’assetto civile “tripolare” composto da impresa sociale non profit, impresa “sociale profit”, azienda pubblica). Infatti, la prima considerazione è che il Terzo Settore rappresenta un’Italia generosa, ma anche laboriosa, e per essere tale deve affinare le proprie capacità di imprenditorialità sociale con tutti gli strumenti utili di gestione e organizzazione che incrementano l’efficacia e l’economicità.

Fra tutte le linee guida mi soffermo su quella inerente il “far decollare l’Impresa sociale” (punti 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15). Bisogna riconoscere che le imprese sociali sono imprese intese come aziende di “produzione” non profit che devono riprendere la linea di definizione e di concettualizzazione condivisa a livello internazionale (la sintesi è a livello Ue con il riconoscimento dell’economia sociale come base di sviluppo economico dell’Europa). È ormai scontato che l’impresa sociale è l’insieme della dimensione economico-imprenditoriale e sociale.

Questa definizione di impresa sociale, per l’esigenza di essere minimo comun denominatore a livello internazionale, prescinde da specifiche forme giuridiche e si esplicita come soggetto privato e autonomo (con gradazioni diverse) dalla Pubblica amministrazione, con propria personalità giuridica. Essa svolge attività produttive secondo criteri imprenditoriali (continuità, sostenibilità, qualità, economicità, autosviluppo, efficienza, efficacia operativa) e persegue, a differenza delle imprese convenzionali, un’esplicita finalità sociale che si sostanzia nella produzione di benefici diretti a favore di un’intera comunità o di soggetti svantaggiati o deboli.

Si può notare come tutte le caratteristiche sopraindicate hanno una valenza di “potenzialità” definitoria (aperte al dinamismo delle ridefinizioni progressive) e siano utili a creare uno sviluppo costante sia in termini di azienda singola, sia in termini di settore delle imprese sociali non profit. Le imprese sociali “ex lege” (L.118/05, dlgs.155/06) sono prodromiche di una forma “ibrida” di impresa che ha finalismo sociale e valoriale nonché economico. L’imprenditorialità sociale fa emergere che i settori economici in cui operano le imprese sociali, cioè quello dell’assistenza sociale, della sanità, dell’assistenza socio-sanitaria, dell’educazione, istruzione e formazione, della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, della valorizzazione del patrimonio culturale, della ricerca e del turismo sociale, della formazione universitaria e post-universitaria, della formazione extrascolastica, dei servizi strumentali alle imprese sociali, si devono ampliare a “nuove materie di particolare rilievo sociale” come il commercio equo e solidale, l’housing sociale, l’inserimento lavorativo dei disoccupati, il microcredito.