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ELEZIONI EUROPEE 2014/ I vecchi potenti e il cimitero degli elefanti

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Martin Schulz (S) insieme a Joseph Daul (Infophoto)  Martin Schulz (S) insieme a Joseph Daul (Infophoto)

Il tedesco Schulz per la verità è l’unico ad aver criticato (se non proprio condannato) l’ossessione per l’austerità che ha contraddistinto il suo Paese. Ma ha alcuni punti deboli. Sul piano personale è senza dubbio espansivo, quasi ciarliero, ne dice tante, anche troppe. Ha polemizzato ad ampio spettro: con Silvio Berlusconi fin dal 2003, con Jean-Marie Le Pen, ma anche con il progressista Cohn-Bendit che a suo parere era stato troppo duro con Barroso. Eppure, si stenta a trovare la sua impronta su proposte chiave nella vita dell’Ue. La seconda debolezza riguarda la famiglia politica: i socialisti non si sono distinti in questi anni come portatori di una politica economica e sociale diversa. Geithner ricorda come l’Amministrazione Obama abbia insistito a lungo affinché l’Unione europea rispondesse alla crisi dell’euro non con una stretta generalizzata, ma con politiche mirate e, soprattutto, con un’espansione della domanda da parte della Germania. Ebbene la Spd, il partito socialdemocratico tedesco che resta il nerbo del gruppo socialista in Europa, non ha mai dato sponda alla linea americana né si è mai fatto promotore di proposte in tal senso, con l’eccezione del salario minimo nelle ultime elezioni. A parte la modestia della proposta, è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Infine, c’è una debolezza chiamiamola pure nazionale. Con queste premesse, come mettere a capo della Commissione un politico di quel Paese che viene ormai identificato con i disastri dell’austerità imposta perinde ac cadaver?

Anche per questo, sta emergendo un’ipotesi alternativa, soprattutto se nessuno di loro avrà consensi così vasti da fugare ogni dubbio. L’idea è di candidare Christine Lagarde, attuale capo del Fondo monetario internazionale ed ex ministro delle Finanze durante il primo mandato di Sarkozy. A suo favore c’è non solo il genere (l’onda è girata in favore delle donne in politica), ma il fatto che nel 2008, quando scoppiò la grande crisi, aveva proposto una soluzione in sintonia con quella adottata dagli Stati Uniti (un fondo europeo di intervento). Al Fmi, anche grazie al capo economista Olivier Blanchard, ha avviato una riflessione sugli eccessi e gli errori del rigore teutonico, non per rifiutare il risanamento dei bilanci pubblici e la riduzione dei debiti, ma per farlo rilanciando l’economia e non deprimendola ulteriormente. Insomma, bastone e carota non solo bastone. Madame Lagarde ha dalla sua carattere ed esperienza internazionale anche al di là dell’Atlantico, ma non si può dire che sia una scelta innovativa.

È il maggior punto debole di questa campagna per le europee che cade nel momento di più basso consenso per l’Unione, quando le ferite bruciano e la crisi non è ancora superata. Bisognava cambiare anche i vecchi leader che hanno svolto un ruolo di primo piano, e quanto meno ambiguo. Non una “rottamazione” demagogica e populista, ma un rinnovamento generazionale e politico, energie fresche non compromesse con la passata gestione. C’è chi dice: va bene, ma dove stanno? Perché non sono emersi i volti della nuova Europa? Domande legittime, ma la verità è che non sono stati nemmeno cercati, i vecchi potenti si sono difesi anche a rischio di finire nel cimitero degli elefanti.

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