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Politica

ELEZIONI EUROPEE 2014/ I vecchi potenti e il cimitero degli elefanti

Le elezioni europee non serviranno solo a eleggere i membri del Parlamento, ma anche a fornire un’indicazione per il presidente della Commissione. Il commento di STEFANO CINGOLANI

Martin Schulz (S) insieme a Joseph Daul (Infophoto)Martin Schulz (S) insieme a Joseph Daul (Infophoto)

Per la prima volta le elezioni europee non serviranno solo a eleggere i membri del Parlamento, ma anche a fornire un’indicazione per il presidente della Commissione, un passo avanti verso una maggiore democrazia. Altri se ne potranno e dovranno fare, ma almeno è possibile confrontarsi su un volto e un nome anche per verificare se rispetterà le promesse. I candidati più importanti sono tre: il lussemburghese Jean-Claude Juncker per il Partito popolare, Martin Schulz per il Partito socialista e Guy Verhofstadt per il Gruppo liberale.

La vera competizione è tra i primi due, con i popolari in vantaggio. Anche se le novità vere verranno dagli outsider, a cominciare da Marine Le Pen in Francia e non solo (perché la Lega Nord è alleata con il Front National), Geert Wilders in Olanda, Nigel Farage in Gran Bretagna, Beppe Grillo in Italia, Alexis Tsipras (in Grecia con propaggine italiana). Nessuno di loro può (né vuole) prendere una posizione potremmo dire di governo. Saranno la grande anche se variegata opposizione all’euro e, nel caso britannico, all’Unione europea. Ma faranno anche da cassa di risonanza per il vasto moto di scontento e protesta contro il modo in cui l’Ue ha gestito la crisi, soprattutto quella dell’euro scoppiata nel 2010 con il collasso della Grecia. Se è così, nessuno dei magnifici tre ha molto di cui vantarsi.

Juncker rappresenta bon gré mal gré l’ortodossia renana che domina tra i popolari, vista la straboccante influenza dei cristiano-democratici tedeschi. È stato al vertice dell’Eurogruppo, il club dei ministri economici e finanziari e nel 2008 fece coppia con Giulio Tremonti nel proporre l’emissione di eurobond. Una buona idea che doveva essere accompagnata da un coordinamento delle politiche fiscali e da una politica monetaria espansiva. Dopo il no della Germania, la proposta è stata affossata. Anche adesso che con il Fiscal compact è passata la linea ortodossa in tema di bilanci pubblici e con la svolta di Mario Draghi la Bce si muove in modo più flessibile, resta sbarrata la strada degli eurobond, strumenti per finanziare in modo condiviso e solidale non i vecchi debiti pubblici, ma il nuovo fabbisogno dell’Eurolandia. Non solo, nell’infausto periodo Sarkozy-Merkel, Juncker ha fatto da mediatore, senza nessun colpo d’ali, quindi restando succube della coppia che ha combinato tanti pasticci, come dimostrano le memorie di Tim Geithner, il segretario al Tesoro americano.

Non si distingue per davvero nemmeno il belga Verhofstadt. Ora dice che Manuel Barroso “ha sbagliato perché ha dato troppo potere alla Merkel”. Senza dubbio è vero, ma tutti lo hanno seguito nell’errore. Nessuno nega il pedigree europeista dell’ex primo ministro belga che nel 2010 ha fondato insieme al Verde Daniel Cohn-Bendit il Gruppo Spinelli per il rilancio dell’integrazione europea. I liberali hanno idee più innovative dei popolari e dei socialisti per quel che riguarda la concorrenza. Ma le barriere alla creazione di un vero mercato interno europeo in tutti i campi vengono da francesi e tedeschi che si sono auto-attribuiti l’etichetta di “motore europeo”. Chi crede nell’Unione europea e nel mercato non ha mai davvero fatto niente per spezzare questo duopolio politico neo-protezionista.