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SCENARIO/ Renzi e Grillo, la "vendetta" delle anime segrete di Berlusconi

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Suonare le campane a morto per Berlusconi e a festa per Renzi o Grillo può essere imprudente. L'esito finale è nelle mani di una valanga del 30 per cento di indecisi che, in queste elezioni imperniate su questi tre leader carismatici, non sembrano molto convinti di tali carismi. 

Certamente Berlusconi - tra affidamento ai servizi sociali e scissioni - appare in discesa. Si tratta però di un trend che non è emotivo e può gonfiarsi oppure sgonfiarsi secondo una sua "logica". Esso è in corso in due direzioni – verso Renzi e verso Grillo – e rispecchia le due "anime" che sempre più a fatica hanno convissuto nel centro-destra. Il "capolavoro" di Berlusconi nel 1994 era stato quello di riuscire a mettere insieme "forcaioli" e "garantisti": da un lato nuovisti ed estrema destra che avevano inneggiato a Mani Pulite e, dall'altro, gli orfani dei partiti – soprattutto democristiani e socialisti – che ne erano stati vittime. Il Cavaliere era sceso in campo promettendo una "rivoluzione liberale" al tempo stesso sia come "società civile" che faceva piazza pulita dei vecchi partiti, sia come "diga" contro gli ex comunisti. Ma il dualismo rimaneva e ha finito per implodere. 

La componente  più antipolitica e "nuovista", ad esempio, legata al giustizialismo ha impedito qualsiasi riforma della giustizia in termini di fuoriuscita dalla legislazione d'emergenza e ha consentito solo la difesa "ad personam" di Berlusconi. Successivamente la rottura con Fini e poi la polemica contro il "socialista" Tremonti hanno visto la leadership del Cavaliere sempre più valorizzare la componente ex missina (Storace-Santanché) che si era opposta alla svolta "antifascista" di An e gli "uomini nuovi" provenienti dalle proprie aziende e a considerare come traditori - o comunque infidi o "vecchi" - gli ex socialisti e democristiani, da Frattini a Sacconi fino a Schifani e Alfano, provocando una diaspora nel conglomerato originario. 

Ma anche sul versante nuovista e dell'antipolitica si è poi aperta la seconda falla nel momento in cui il Cavaliere veniva travolto dalle sentenze e, dopo venti anni, presentava un bilancio di promesse non mantenute. Tradimenti, complotti? Può darsi. Ma tradimenti e complotti sono sempre stati lo scenario quotidiano dei nostri capi di governo: da Cavour a Giolitti, da De Gasperi a Craxi. Che non lo abbiano lasciato governare (come sostengono i berlusconiani) o che non abbia saputo governare (come sostengono gli antiberlusconiani) ha poca importanza. Conclusione: il bilancio della leadership governativa berlusconiana è, per sua stessa ammissione, deludente. 


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