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Politica

TOTO-NOMINE/ Le poltrone che Renzi può giocarsi in Europa

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Dentro la Commissione, l’altro ministero a cinque stelle resta l’Antitrust: già retto - con buon ricordo - dall’Italiano Mario Monti negli anni ‘90. Il commissariato alla Concorrenza promette di essere indaffaratissimo e centrale. Da un lato la ristrutturazione post-crisi via fusioni e acquisizione è già iniziata a passo di carica in molto settori (Pfizer respinta su Astrazeneca in Gran Bretagna; Alstom congelata fra GE e Siemens in Francia). D’altro canto l’euroscetticismo uscito a macchia di leopardo dalle urne è comunque fortemente venato di nazionalismo: anzitutto in Francia. Il nuovo arbitro dei mercati basato a Bruxelles avrà dunque fra le mani dossier bollenti - ai limiti dell’”impossible” - sul futuro di molti settori (a cominciare da quello bancario), ma anche il potere ultimo di orientarli, se non di deciderli: di acquisire in ogni caso enormi crediti politico-economici per il proprio sistema-Paese.

Chi potrebbe raccogliere, quasi vent’anni dopo, l’eredità di Monti, che ebbe a che fare con Microsoft e con le Casse di risparmio tedesche? Ancora Enrico Letta, si dice. Oppure il fiorentino Lorenzo Bini Smaghi: un tecnico Bankitalia inviato a suo tempo nell’esecutivo Bce dallo stesso Silvio Berlusconi che nel 1994 scelse l’economista della Bocconi. Oppure ancora una “wild card” come l’economista di Chicago Luigi Zingales, membro del primo “club della Leopolda” e chiamato ora da Renzi nel cda Eni.

Fuori - a lato - della Commissione c’è la poltrona di “mister Pesc”: oggi ricoperta in quota rosa da lady Catherine Ashton. Il “ministro degli Esteri” dell’Ue è in realtà più un super-ambasciatore che un capo delle relazioni diplomatiche dell’Unione: il suo ruolo è più ricco di prestigio che di potere. Ma il prestigio (il mix di esposizione e di relazione) è davvero molto. Non sorprende, comunque, che sia tornato a correre un nome italiano candidato già in passato: quello di Massimo D’Alema, ex premier ed ex ministro degli Esteri. Ma allorché Renzi - durante il suo “victory speech” di lunedì - ha sottolineato che «la rottamazione ora può cominciare davvero», il nome dell’ex leader Ds non sembra di piena attualità (più facile un ruolo di “alto inviato Onu”, come quello oggi retto da Prodi per l’Africa).

Se all’Italia dovesse comunque essere affidata questa poltrona di grande immagine è fin d’ora verosimile che Renzi agiterebbe un cocktail per lui ormai classico: una donna, relativamente giovane, con esperienza internazionale ma non necessariamente di estrazione politico-diplomatica (e attenzione al nome eventuale: potrebbe essere inviato a rappresentare l’Europa nel mondo in preparazione alla successione a Giorgio Napolitano al Quirinale).

A conclusione del risiko delle poltrone sarà avvicendato (forse) anche il “presidente dell’Unione”, Hermann Von Rompuy. Era l’incarico ambito - in prima battuta - dall’ex premier britannico Tony Blair e non è affatto escluso che Romano Prodi - pigmalione di Renzi molto ciarliero in questi giorni - ci abbia fatto un pensierino. Ma super-Renzi sembra avere meno bisogno anche di lui. Anche per il Quirinale.

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