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Politica

IL CASO/ Sapelli: corruzione, una battaglia "sbagliata" che svende l'Italia

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Insomma, c’è da scavare e c’è da scavare anche su un altro aspetto che costituisce un’autocritica rispetto al libro del ’94 Cleptocrazia. Allora ponevo in relazione la visibilità della corruzione con i percorsi di privatizzazione che si dovevano imporre in Italia eliminando gli ostacoli che provenivano dai grandi partiti legati alle Partecipazioni statali. In quel libro sottovalutai l’aspetto internazionale della faccenda, ossia le pressioni che venivano dal mondo anglosassone affinché si eliminassero per via giudiziaria e gogna mediatica i capi politici che detenevano l’anello di congiunzione tra grandi partiti ed economia pubblica. Se poi questi capi politici si erano anche schierati a fianco dei palestinesi o degli interessi italiani nell’Africa del Nord, scontrandosi con gli Usa, il gioco fu ancora più facile. I casi storici delle rispettive eliminazioni di Craxi e di Andreotti attendono ancora i loro studiosi, sia qui che oltreoceano.

Oggi mi pare che un nesso tra visibilità della corruzione e nuove privatizzazioni vi sia di nuovo, ma ancora più inquietante è il fatto che la Campagna d’Italia - ossia discesa dei fondi di investimento anglosassoni su pressoché tutte le nostre banche e scontro franco-tedesco-Usa per comprare a prezzi di saldo la nostra economia - sia indiscutibilmente un elemento che va posto in relazione con l’emergere della corruzione alla visibilità.

La seconda autocritica che mi faccio rispetto al libro del ‘94 è quella che ancora vedevo l’ordinamento giudiziario più con gli occhiali weberiani dell’orientamento all’azione legal-razionale (visione salvifica) piuttosto che attraverso le ben più poteri lenti di Santi Romano degli ordinamenti giuridici di fatto l’un contro l’altro armati (visione agostiniana, mondana). Per questo sono esterrefatto dinanzi alle ripetizioni dei vecchi errori. Ossia che si continui a pensare che sia la magistratura che debba combattere la corruzione. Essa non la combatte ma la reprime quando si è già verificata. Per questo ho pena di un sant’uomo come il dottor Cantone a cui si vorrebbe affidare, o s è già affidato, non si capisce bene, il ruolo di commissario dell’Expo. Un brav’uomo rischia di divenire un capro espiatorio. Lì ci vorrebbe un buon sociologo, un buon conoscitore della Pubblica amministrazione, ma naturalmente non un giurista. Ci vorrebbe un vecchio saggio che è già stato, e che non deve più essere, eletto o cooptato.

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