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IL CASO/ Sapelli: corruzione, una battaglia "sbagliata" che svende l'Italia

Pubblicazione:venerdì 20 giugno 2014

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L’amico Sebastiano Barisoni, nel corso di una simpatica trasmissione radiofonica che, bontà sua, organizza con me qualche venerdì sera, mi ha recentemente ricordato che ci siamo conosciuti venti anni fa quando, giovane laureato al Cesare Alfieri con Giovanni Sartori, egli venne ad assistere alla presentazione del mio libro Cleptocrazia. Il Meccanismo unico della corruzione tra economia e politica, edito da Feltrinelli. Le tesi che sostenevo in quel libro - che era diviso in due parti: la prima di teoria generale della corruzione e la seconda di analisi empirica della cosiddetta Tangentopoli - le sostengo ancora oggi, con due importanti variazioni su cui dirò di seguito.

La prima tesi è la seguente. È di natura sia descrittiva, sia normativa. La corruzione, da quando esiste lo scambio sotto qualsivoglia forma, è fisiologica nel suo presentarsi tra gli aggregati umani. Il problema scientifico inizia quando essa da fisiologica si fa patologica, ossia tale da inibire lo scambio o da renderlo troppo costoso. Di qui l’elemento normativo. Prevenire la corruzione deve dar luogo a strumenti di trasformazione antropologica degli attori dello scambio e di creazione di un ambiente adatto a diminuirne la pervasività anziché aumentarla.

Tipiche dei paesi a common law sono appunto misure di questo tipo che responsabilizzano gli attori più sui risultati che sui processi e che riducono all’essenziale le procedure e le norme non autopoieticamente formatesi. Tutto il contrario accade nei sistemi a diritto e a cultura romano-germanica fondati sull’antropologia negativa del cittadino e quindi degli attori di cui si debbono controllare i processi più che i risultati attraverso una serie di stratificazioni di norme repressive piuttosto che preventive. Questo fa sì che si possa nel primo caso combattere la corruzione anche quando essa è invisibile, mentre nel secondo la si combatte quando essa diventa visibile, ossia quando già è diventata patologica, e quindi c’è già stata.

Naturalmente lo scienziato sociale e anche il legislatore dovrebbe interrogarsi sul perché la corruzione passa dalla visibilità all’invisibilità: è questo il problema scientifico che ha rilevanza. La seconda tesi di quel libro era che di norma negli aggregati umani dotati di grandi poteri situazionali di fatto, come le grandi imprese per esempio, sono questi ultimi a innescare i meccanismi della corruzione, inducendo i decisori politici a comportamenti favorevoli a quei poteri anche se tali comportamenti violano la legge. Negli aggregati umani dove i poteri situazionali di fatto sono deboli o peristaltici, sicché son quasi nulli e non son più poteri, la situazione si capovolge, ché se il personale politico realizza forme di monopsonio ossia di monopolio nell’offerta di provvedimenti, è il personale politico a dominare l’imprenditore e non viceversa. Tanto più le procedure sono farraginose, tanto più questo monopsonio sarà forte.


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